Artista/Gruppo: Vari
Titolo: Discotheque 70 - 76 [1972 - 1978] - 1° parte.
Etichetta: Syliphone Conakry (ristampa Syllart - Melodie)
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Recensore: Giulio Mario Rampelli
Pubb. il: 03/04/2005
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La musica moderna dell’Africa nasce nel periodo postcoloniale, che va dalla fine degli anni 50 fino ai primi anni 80. Sono per l’Africa 25 anni di straordinario fermento culturale, in cui esplodono fenomeni musicali come l’Highlife in Ghana, il Juju e l’Afrobeat in Nigeria, la Makossa in Cameroon, la Rumba in Congo, e il Mbalax in Senegal.

Molta della musica di quel periodo non è mai uscita dall’Africa, al punto da divenire oggi, per molti ascoltatori appassionati e forse stanchi della mancanza di vere novità nella musica moderna dell’Occidente ipersviluppato, un vero e proprio territorio vergine tutto da esplorare. Forse è questa la ragione per cui, accanto al sempre maggior interesse per il vinile africano d’epoca da parte dei collezionisti, stanno spuntando come funghi piccole case discografiche che svolgono vere e proprie ricerche di vecchi nastri e master originali, sia di gruppi leggendari, che di altri che magari hanno registrato un solo 45 giri prima di scomparire. Progetti che si materializzano in preziose ristampe su CD di straordinario materiale d’epoca.

E’ per questo che, accanto alle recensioni di gruppi contemporanei che suonano musica tradizionale o moderna, è mia intenzione proporvi periodicamente questa musica, registrata soprattutto durante gli anni ’70, ricca di fascino, di ingenuità, e di entusiasmo. La recensione che sto per proporvi è dunque qualcosa di molto particolare, dedicata agli amanti non solo della musica, ma anche della storia e della cultura africana. Occhio, questi dischi non si trovano facilmente. Se vorrete ascoltarli dovrete dunque aprire una vera e propria battuta di caccia.

Quello che abbiamo tra le mani è la ristampa su CD della francese Syllart-Melodie di ben 7 compilation, pubblicate tra il 1972 e il 1978 (le compilation uscivano due anni dopo l’anno al quale si riferivano) dalla Syliphone Conakry, etichetta di stato della Guinea socialista, contenenti complessivamente 51 brani suonati da 15 formazioni diverse. Un totale di circa 315 minuti di musica, che hanno costituito per milioni di africani in Guinea, Mali e Costa d’Avorio la “colonna sonora” della loro gioventù. In lingua Suso la parola “syli”, di Syliphone Conakry, vuol dire elefante, il simbolo del Parti Democratique de Guinee, il partito unico del sistema politico di Guinea. Syliphone Conakry era di fatto l’unica casa discografica guineiana, e di conseguenza le compilation dei grandi successi degli anni ’70 contenuti nella Discotheque Series sono una rappresentazione completa dell’intera produzione musicale della Guinea.

Purtroppo, la pur meritoria opera di ristampa dei vecchi e storici dischi della Syliphone da parte dell’etchetta Syllart – Melodie non è stata caratterizzata da una produzione all’altezza dell’evento. La mancanza di qualsiasi intervento sul suono può essere giustificata dalla scelta di mantenerlo fedele all’originale, ma perché allora non curare la veste grafica e - soprattutto – non inserire nel CD un libretto contenente almeno le note di copertina originali?.

Ciò nonostante, i 7 dischi delle Discotheque Series continuano a rappresentare un vero e proprio pezzo di storia africana. Nel 1958 la Guinea Conakry ottenne l’indipendenza dalla Francia. Il suo primo presidente, Sekou Touré, che scelse per il suo paese l’indipendenza totale allo status di Dipartimento francese, cercò di far fronte alla crisi economica post-coloniale e alla povertà dilagante che ne conseguì orientando il governo di Guinea verso il socialismo, avvicinandosi dapprima all’Unione Sovietica, e in seguito ispirandosi al modello cinese.

Indiscutibilmente, come la storia di ogni dittatura, anche la storia della Guinea di Sekou Touré ha molte ombre. Dal punto di vista culturale, però, la Guinea fu in quegli anni un riferimento per tutta l’Africa. Forse ispirato dalla rivoluzione culturale di Mao, Sekou Tourè, assieme ad altri governanti “visionari” come il ghanese Kwame Nkrumah e il senegalese Leopold Senghor, promosse con forza un movimento di ritorno alle radici culturali africane. Nel corso di tutti gli anni ’60 e ’70 furono finanziati dallo stato progetti e programmi nell’ambito della cultura e delle arti, tra cui l’istituzione di ensamble tradizionali, orchestre da ballo e balletti di danza e musica tradizionale. Tra questi il gruppo più famoso di tutti, fondato alla fine degli anni ’40 in pieno periodo coloniale, Les Ballets Africains, divenne in quel periodo balletto nazionale, e il suo fondatore, Fodeiba Keita, fu nominato ministro dell’interno.

Il risultato fu che la musica della Guinea di quegli anni si legò indissolubilmente alla storia del suo paese. Le vecchie orchestre da ballo locali, che fino ad allora avevano suonato i ritmi caratteristici delle balere francesi, come il valzer, la beguine e il foxtrot, in alcuni casi trasfigurati attraverso il sound latino-americano che impazzava in Africa occidentale a partire dagli anni ’40 e ’50, reintrodussero con forza nella loro musica, a partire dagli anni ‘60, elementi della tradizione mandengue: la lingua malinke, l’uso delle canzoni per raccontare storie, i ritmi e le antiche melodie tradizionali. Questo straordinario scarroccio culturale è ampiamente documentato nella Discotheque Series.

Ed ecco che prese forma un sound esplosivo, coinvolgente e tiratissimo: il Conakry groove. “Groove” è una parola usata per descrivere l’intreccio ritmico sulla cui base si poggia un brano musicale, e descrive anche quel tipo di impulso elettrico che la musica è in grado di fornire al cervello e ai muscoli, soprattutto quando è ascoltata ad un volume sufficientemente alto da risultare “coinvolgente”. Quasi tutta la musica nera è “groove oriented”, basti pensare al funky o al reggae, generi riconoscibili e classificabili proprio per il loro caratteristico groove.

Il groove di Conakry si fonda, oltre che sulla classica sezione ritmica composta da batteria, basso e percussioni, anche – e soprattutto – sui micidiali riffs delle chitarre ritmiche, spesso doppi e persino tripli, sul costante appoggio delle sezioni di fiati e, naturalmente, sulla struttura antifonale data dal contrappunto tra voce solista e coro. Il sapore complessivo presenta due dominanti di base: quella afro-cubana della rumba, del mambo e del cha cha cha, unica influenza musicale esterna ammessa in Guinea nel periodo dell’embargo culturale subìto dall’Europa, e quella più propriamente africana della poliritmia, delle melodie e dei linguaggi malinke e fulani. Con il passare degli anni e l’affacciarsi delle giovani band degli anni ‘70, la componente afro-cubana tende via via a perdere di peso, lasciando lo spazio a sonorità a cavallo tra il rock e la black music americana.

L’uso della chitarra nella moderna musica mandengue meriterebbe di essere raccontato a parte. In effetti la chitarra ha attraversato la storia della Guinea a partire dai primi del ‘900 fino ad oggi, periodo durante il quale i musicisti africani hanno sviluppato un loro particolare stile - e non solo nell’area mandengue - realmente nuovo e, al tempo stesso, tremendamente africano. Nuovo e africano, perché non ha nulla a che vedere con lo stile europeo - si parla di tecniche tradizionali trasposte su chitarra quali lo stile balafon e lo stile kora - e perché sembra nascere e svilupparsi parallelamente – e non senza osmosi – in Congo, in Cameroon, in Nigeria, in Ghana e in Guinea, in pratica in tutti i paesi della costa occidentale. Da qui in poi, a cominciare dalla rumba e dal soukous congolese, l’intreccio tiratissimo di due o tre riffs arpeggiati alla chitarra elettrica diventerà il biglietto da visita della musica dance africana nel mondo.

Spero di avervi incuriosito a sufficienza, perché da adesso entreremo nel vivo della musica, andando a conoscere artisti dai nomi strani che cantano in linguaggi incomprensibili canzoni monotone che spesso sembrano non finire mai, registrate come se uscissero da un vecchio grammofono con la puntina usurata. Questo almeno direbbe mia nonna. Insomma, un sound graffia timpani, ma in grado di produrre un’atmosfera dalle caratteristiche uniche: l’atmosfera delle notti bollenti della città di Conakry dopo la “fuga” degli ultimi coloni francesi.