Artista/Gruppo: Justino Delgado
Titolo: B. Leza – Lisbona 19 ottobre 2006
Etichetta: ----
Web site: http://blogdibleza.blogspot.com/
Codice: ----
Recensore: Giulio Mario Rampelli
Pubb. il: 22/10/2006
Copyright: Giulio Mario Rampelli per Music on Tnt

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Ero a Lisbona per lavoro, ma come spesso accade in queste occasioni avevo in mente di approdare in qualche locale meticcio di quelli dove c'è musica dal vivo e si balla stretti streti. Scorrendo con cura la mia preziosa vecchia guida tascabile la scelta era rimasta sospesa tra il Ritz Club, dove avrei potuto immergermi nella frizzante comunità capoverdina della capitale portoghese, o il B. Leza, mitico locale di tendenza della scena afro lusofona che conoscevo di nome grazie a uno splendido album dal vivo di Tito Paris.

Le circostanze, sottoforma di un tassista che ha sbagliato strada, mi hanno portato al B. Leza, in Rua do Conos Barao 50, tra il Chado e il Rio Tejo. L'entrata è nascosta in un buio cortile di un vecchio e cadente palazzo liberty. Salgo la scalinata che porta all'ingresso è mi accogliono due africani, gentili e amichevoli come la maggior parte dei portoghesi che ho incontrato, e rammaricati mi comunicano che la serata mi sarebbe costata ben 5 euro compresa la consumazione, perché avrebbe suonato un artista della Guinea Bissau. Gli chiedo il nome, mi risponde Justino Delgado, e io esulto.

Ho già scritto della Guinea Bissau e della vecchia orchestra dei Super Mama Djombo. Delgado è della nuova generazione, e nonostante sia quasi sconosciuto dalle nostre parti è oggi forse l'artista più rappresentativo del suo paese. Musica da ballo, d'accordo, ma quale musica vorreste ascoltare in un night-club della capitale più caraibica del vecchio continente?

L'interno del B. Leza è un grande stanzone, con le pareti dipinte rosa e azzurro, e il soffitto coperto da un vecchio affresco rovinato. Al muro ventilatori, ai due lati il bancone del bar e il palco, al centro una dozzina di tavolini quasi tutti vuoti. Del resto non è neanche mezzanotte, non si può certo pretendere che i portoghesi stiano ai miei orari.

Dopo l'una il locale comincia a riempirsi. Pubblico misto, bianco e nero, coppie e gruppi. Nell'aria scorrono i brani della tradizione lusofona africana e brasiliana intramezzati dallo zouk. All'una e mezza, quando qualche mio collega comincia a dare i primi cenni di cedimento, sale sul palco la band di Justino, batteria, congas, basso, chitarra e tastiere, e attacca un pezzo malinconico in mid-tempo. L'atmosfera mi prende subito. Qualcuno mi chiede chi sia Delgado, io guardo ma non mi sembra che sia ancora sul palco. Manca qualcuno che abbia la presenza scenica adeguata.

Al secondo pezzo Justino sale sul palco, vestito di bianco, imbraccia la chitarra ritmica e comincia a cantare. Accanto a noi un tavolo di guineiani, devono essere suoi amici o parenti, domme e uomini. Mi colpisce una donna grossa e sensuale stretta in un abitino rosso fuoco di almeno tre tagle troppo piccolo.

La musica scorre ancora languida in mid-tempo, ma in leggero crescendo, mentre gli accompagnamenti della sezione ritmica e della chitarra si fanno più ricchi. Il terzo brano è cantato sulle note acute, alla maniera dei senegalesi. La voce di Delgado è bella e potente, la sua presenza scenica notevole grazie al suo modo sinuoso di ballare. Un bel solo di chitarra mette in luce non solo l'intensità delle armonie lusofone, ma soprattutto le inusuali strutture ritmiche del procedere degli arpeggi.

Prima del quarto pezzo Justino chiede al pubblico di venire a ballare, poi attacca una classica coladeira. Dai tavoli si alzano una ad una le coppie, bianche, nere, miste, allacciano i loro corpi e cominciano a muoversi all0unisono ora su una gamba ora sull'altra. I piedi sono quasi fermi, ma dalle ginocchia in su i movimenti sono rotondi e sensuali, i busti in contatto mentre i bacini fanno da baricentro e da origine dei movimenti. L'atmosfera è la protagonista. Ancora un paio di pezzi da ballo, poi arriva un son, poi ancora il ritmo della coladeira, fino a un trascinante soukuss finale in puro stile congolese, chiuso dall'assole delle percussioni. E' passata oltre un'ora e arriva la pausa.

Sono oltre le 3 e alcuni miei colleghi hanno abbandonato da tempo il club. Domani si lavora, e io, assieme all'unico collega sopravvissuto, decidiamo di bere l'ultima birra e andar via, perdendoci il secondo tempo, ma senza alcuna convinzione. Purtroppo quando si è in giro per lavoro bisogna adeguarsi.

Lisbona è bellissima anche di note, arriviamo in albergo in pochi minuti. Quando tornerò terrò d'occhio il sito del B. Leza, ma magari la prossima volta tenterò ancora di trovare il Ritz Club.