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Viclarsen, copertina dell'album Abitazione.
Artista/Gruppo: Viclarsen
  Titolo album: Abitazione  
  Etichetta: ---------------------------  
  Web site: www.viclarsen.go.to  
Recensore: Loris Gualdi

© Loris Gualdi per http://www.music-on-tnt.com

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L’impatto grafico di “Abitazione” introduce immediatamente l’ascoltare in un parallelo mondo, fatto di precarietà, confusione ed incertezze, dove l’inquietudine è tanto radicata da divenire un rumore di fondo a cui ci si abitua per inerzia.

Una copertina minimalista, con una sorta di vuota piramide asimmetrica al suo centro, “un tetto senza pareti”, come spiega Luca Pagani, bassista della band savonese, una fascia grigia con scritto “abitazione”, titolo del lavoro d’esordio dei VICLARSEN. Un lavoro che ha trovato la luce grazie ad una fortunata fatalità: l’incontro con François Cambuzat e Chiara Locardi che hanno voluto produrre il talentuoso quartetto ligure. Se in François R.Cambuzat et Les Enfants Rouges le parole e la musicalità delle liriche appaiono molto vicine al mondo cantautoriale, nei VICLARSEN il cantato risulta essere funzionale al rumorismo e alle sensazioni ansiogene e nichiliste che la band cerca di ricreare.


E’ una musica viscerale, quella proposta da Federico Canibus e soci, che coinvolge e allontana al medesimo tempo, grazie ai suoni ammalianti di “Xp” e a quelli “quasi fastidiosi” proposti nei vari esercizi di stile senza titolo. Nella track list che sorprende e confonde, come la loro musica, i pezzi migliori sembrano essere la già citata ”Xp” e “Vento largo”. Quest’ultima è un chiaro esempio delle potenzialità della band; un suono arabeggiante, uguale a se stesso, ma incredibilmente diverso in ogni suo nuovo ripetuto passaggio, un sound trainante complementato dalla voce di Massimo Bressan, forse più a suo agio come manipolatore di suoni che non come cantante. Una criptica lirica accompagnato dal suono di un basso che sembra osare poco, che forse avrebbe potuto incidere maggiormente nelle sonorità del brano.


“Xp” invece non può non essere considerato come un piccolo capolavoro musicale. Una canzone cruda, un insieme di inquieti rumori, disturbati suoni, chitarre usate impropriamente come percussioni che creano all’ascolto la sensazione lancinante di un’inutile attesa, riverberi ipnotici che sembrano trascinarci all’interno di una ruvida atmosfera. Si tratta di un vero e proprio brano catartico, molto vicino ad un industrial dark dei primi Godflesh. Una voce minacciosa e minacciata, mescolata a poco riconoscibili campionamenti di macchine da scrivere e guaiti infantili.


Di buona fattura sono anche “Digitalizer”, una tribal-track che non stonerebbe in “Roots” dei Sepoltura, con la sua cupa introduzione, e “Post” dall’aberrante testo future-gore, capace di raccontare con poco una cannibalistica società del vicino avvenire.
Un episodio musicale apparentemente più quieto, capace di stemperare l’angoscia e il senso di non-equilibrio, proprio dei VICLARSEN, è sicuramente “Steiner” che suona tanto come un celato tributo ai God speed your black emperor. Un brano originale ed insolito, introdotto dalle parole della “Dolce vita” di Fellini, che ripetutamente ricordano che la pace è solo apparenza e e nasconde l’inferno.
Di più difficile ascolto sono invece gli sperimentalismi della prima “senza titolo”, con il suo grezzo metallico suond, e la title track, creata attorno a violentate note di un pianoforte che sembra dialogare con le stonate corde di una chitarra, come in un ipotetico duetto dialettico.
“Abitazione” dunque, appare già al primo ascolto un lavoro di buona fattura, lontano dalla possibilità di essere etichettato, non siamo di fronte a post-rock o post-punk, siamo di fronte ai VICLARSEN e ne sentiremo ancora parlare.