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Gruppo rivelazione con il precedente “Parachutes”, i Coldplay si confermano band emergente anche con “A Rush of blood to the head”. I Coldplay battono il ferro finchè è caldo, centellinando i singoli (e i relativi video) estratti dall’album con cura ragionieristica: prima “In my place” poi “The scientist”, quindi “Clocks” e, al momento in cui scriviamo “God Put a smile Upon Your face”.

Un disco per la rubrica “In Limine” senza dubbio (è del 2002 e non ci sono state uscite successive) ma evidentemente ancora attualissimo. Tanto che i nostri faticano a lasciare la testa delle charts proprio per questa furba operazione promemoria che li riporta ogni volta all’attenzione. Ma in fondo se lo meritano perché proprio “A rush of blood…” pare essere il disco che rende giustizia completa alla loro capacità di scrivere canzoni di puro gusto inglese: più articolato, più ricco di spunti melodici, più maturo e sicuro di “Parachutes” , con brani efficaci quanto eleganti.

Il disco raccoglie in 11 brani temi malinconici (“Green Eyes”)e vivide ballate (“Warning Sign”), emozioni (“The Scientist”) e spunti energici (“A whisper”), semplicità (”In my Place”) e progressioni d’effetto (“God Put a Smile upon tour face”, “Clocks”).

Quasi, anzi senza quasi, una vera college band, ma senza gli ammiccamenti faciloni finto trasgressivi adolescenziali di queste ultime, i Coldplay prendono a piene mani dalla tradizione anglosassone della prima metà degli anni Ottanta. Esagerando qualcuno per loro ha scomodato band come The Smiths e Lloyd Cole & The Commotions. In realtà là le tinte erano più sui toni del grigio nonostante la verve delle chitarre jangle jangle mentre qui brillano colori pastello. Vero è però che il riferimento corre a quegli anni e soprattutto ai gruppi di pop intimista della mitica etichetta scozzese Postcard, e a gente come Prefab Sprout e, ancor più, James.

I Coldplay rappresentano un po’ la riscossa del sound inglese, dopo anni di pesante ombra americana. E fanno quello che da sempre gli inglesi fanno meglio dai Beatles in poi: canzoni imbevute nella melodia. Sia che gli accenti siano tipicamente pop o piuttosto rock o trip o electro o newqualcosa e finchè la fantasia dei media alimenterà il catalogo delle definizioni.

Ovviamente non bastano i Coldplay a rompere i monopolio ma almeno l’orgoglio della vecchia Albione è salvo. Non sono modelli ma le facce da bravi ragazzi piacciono, sono garbati e semplici e fanno musica dagli spigoli arrotondati. Ora che anche la cronaca rosa si interessa a loro (il cantante Chris Martin citava la fidanzata Gwyneth Paltrow ad ogni show e, coraggio, quando leggerete queste righe saranno pure sposati) il nome Coldplay arriverà anche agli ultimi disattenti e magari, chissà, qualcuno di loro comprerà proprio “A rush of blood to the head”.

Da studenti amici e coinquilini a star internazionali in capo ad un paio d’anni e due dischi, un ruolino di marcia invidiabile che dovranno se sapranno mantenere.