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Speciale: Cinque grandi live ovvero come cominciare ad amare il rock storico
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Autore: Alino Stea
Pubb. il: 04/09/2004
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Da sempre sono stato pregiudizialmente avverso nei confronti delle raccolte in ambito rock: ho sempre pensato che un album (di canzoni nuove od originali) fosse la più giusta modalità espressiva di un artista, comprensiva dei momenti migliori come di quelli meno validi, comunque sia, da valutare sulla lunghezza di un long playing (oggi di un compact disc).

Invece le raccolte non mi sono mai piaciute, intanto perché qualcun altro seleziona i brani al posto mio e mi obbliga a conoscere e a sentire solo ‘quei’ brani, e poi perché tende a svanire la contestualizzazione storico-artistica di quelle determinate canzoni, messe tutti insieme, anche se, assieme, non hanno motivo di stare.

Ma, come sempre, c’è il rovescio della medaglia: molto spesso le raccolte (e, nella nostra fattispecie, i live sono delle raccolte) vengono incontro, praticamente ed economicamente, alle esigenze dell’ascoltatore.

Io, come tanti, ho cominciato così, non potendo permettermi, ancor giovanotto a cavallo tra liceo ed università, di svenare monetariamente i miei genitori acquistando in un colpo solo le intere discografie di tizio o di caio (cosa che ho fatto una volta raggiunta l’indipendenza economica, svenandomi così da solo!).

A parte i Pink Floyd, i Genesis e i Beatles (verso i quali il mio approccio è stato differente e più completo), altri gruppi storici del rock li ho conosciuti acquistando e divorando (dal punto di vista uditivo…) i loro live più rappresentativi.
E devo riconoscere che, se i live (o le raccolte in genere) non danno un’immagine completa (o da completisti) del gruppo in questione, sono sicuramente un inizio imprescindibile e decisivo per la quantificazione e qualificazione del nostro gusto verso la tal band.

Ok: ma quali sono questi cinque live?

In rigoroso ordine alfabetico:

1. Deep Purple – Made in Japan (1972): Highway star, Child in time, Smoke on the water, The mule, Strange kind of woman, Lazy, Space truckin’.
2. Led Zeppelin – The song remains the same (1976): Rock and roll, Celebration day, The song remains the same, Rain song, Dazed and confused, No quarter, Stairway to Heaven, Moby Dick, Whole lotta love.
3. Rolling Stones – Get yer ya-ya’s out! (1970): Jumpin’Jack flash, Carol, Stray cat blues, Love in vain, Midnight rambler, Sympathy for the devil, Live with me, Little queenie, Honky tonk women, Street fighting man.
4. Who – Live at Leeds (1970): Heaven and hell*, I can’t explain*, Fortune teller*, Tattoo*, Young man blues, Substitute, Happy Jack*, I’m a boy*, A quick one while he’s away*, Amazing journey/Sparks*, Summertime blues, Shakin’all over, My generation, Magic bus (i brani asteriscati sono presenti, in più, sulla ristampa del ’95).
5. Yes – Yessongs (1973): Opening, Siberian khatru, Heart of the sunrise, Perpetual change, And you and I, Mood for a day, Excerpts from ‘ The six wifes of Henry VIII’, Roundabout, I’ve seen all good people, Long distance runaround, Close to the edge, Yours is no disgrace, Starship trooper.

Tutti e cinque, ancora oggi, riscuotono i favori di larga parte del pubblico, a dimostrazione del loro intrinseco valore e tutti e cinque, ancora oggi, riascoltati sul mio impianto a casa o in auto, mi fanno scoprire sonorità nuove o emozioni sconosciute.

1. Deep Purple

Ritchie Blackmore, chitarra
Ian Gillan, voce
Roger Glover, basso
Jon Lord, tastiere
Ian Paice, batteria
Questo live è un monumento dell’hard rock, ma sarebbe estremamente riduttivo rinchiudere i Purple solo in questo genere.
Le possenti cavalcate elettriche presenti su questo disco (su tutte ‘Highway star’, ‘Child in time’, ‘Smoke on the water’, ‘Space truckin’), se da un lato mettono in risalto la ritmica roboante che accompagna gli assoli di Blackmore, d’altro canto illustrano gli stupefacenti intarsi di chitarra e tastiere che avviluppano la magica ed espressiva voce di Gillan: siamo in una terra di confine tra hard e progressive che la dice lunga su quanto il rock ‘vero’ sia poco ingabbiabile in schemi e definizioni.
Per chi vuole approfondire, mi sembrano inevitabili i tre album di studio precedenti, durissimi, magici, sperimentali, evocativi come pochi: In rock (70), Fireball (71) e Machine head (72).

2. Led Zeppelin

John Bonham, batteria
John Paul Jones, basso e tastiere
Jimmy Page, chitarra
Robert Plant, voce
Colonna sonora del film omonimo, questo live in realtà coglie la band in alcuni concerti del ’73 ed è un concentrato di potenza e poesia, violenza e sensibilità.
Anche qui parlare di hard rock è riduttivo, in quanto nella musica dei Zeppelin convergono suggestioni ‘dure’, ma anche blues, folk e psichedeliche: la chitarra di Page e la voce di Plant viaggiano quasi in osmosi nei momenti migliori e la ritmica è possente ma equilibrata.
Indimenticabili le escursioni sonore di ‘Dazed and confused’ e di ‘Moby Dick’, ma, romantico e struggente come in pochi altri casi, è il lirismo magico di ‘Stairway to Heaven’ e di ‘No quarter’.
Per chi vuole andare oltre, sono un ‘must’ i primi quattro omonimi album in studio della band: I (69), II (69), III (70), IV (71).

3. Rolling Stones

Mick Jagger, voce
Keith Richards, chitarra
Mick Taylor, chitarra
Charlie Watts, batteria
Bill Wyman, basso
Grande live, purtroppo singolo, per le pietre rotolanti: quest’album trasuda blues elettrico da ogni solco ed è la perfetta celebrazione della rielaborazione ‘bianca’ dei suoni ‘neri’ del Delta.
Tra strazianti ballate (‘Love in vain’), travolgenti rock (‘Jumpin’Jack flash’, ‘Sympathy for the devil’ e ‘Little queenie’) e blues energetici (‘Stray cat blues’, ‘Midnight rambler’ e ‘Honky tonk women’), la voce di Jagger emerge più perversa e carismatica che mai, mentre le due chitarre di Richards e Taylor si bilanciano magnificamente tra solista e ritmica.
Per chi vuole approfondire la conoscenza degli Stones, credo che siano doverosi Beggars banquet (68), Let it bleed (69) e Sticky fingers (71), straordinari concentrati di rock, ballate e blues abrasivi come carta vetrata.

4. Who

Roger Daltrey, voce
John Entwistle, basso
Keith Moon, batteria
Pete Townshend, chitarra
La versione originale di questo live fu, sia pure dal suono preciso e potentissimo, a scartamento ridotto, visto che conteneva neanche 40 minuti di suono Who: fortunatamente l’edizione del venticinquennale ha rimesso le cose a posto (anzi, qualche tempo fa è uscita un’ulteriore edizione ampliata di quel concerto).
Sono quasi 80 minuti di sfrenata e godibilissima corsa attraverso gli sterminati sentieri del blues, del rhythm’n’blues, dell’hard, corsa che però definisce in maniera puramente e genuinamente rock (si ascoltino ‘A quick one while he’s away’, ‘My generation’ e ‘Magic bus’) il percorso sonoro dei Who.
Per chi vuole conoscerli meglio, consiglio una triade esplosiva che accoppia in maniera suadente dolce lirismo e tempesta sonora: Tommy (69), Who’s next (71), Quadrophenia (73).

5. Yes

Jon Anderson, voce
Bill Bruford, batteria
Steve Howe, chitarra
Chris Squire, basso
Rick Wakeman, tastiere
Alan White, batteria
Questo monumentale album dal vivo (triplo, per la cronaca) è la più stupefacente e magniloquente dimostrazione della grandezza sonora dell’era progressiva.
Le notevolissime capacità tecniche di tutti i componenti della band si fondono in un suono straordinariamente ricercato che è costantemente in bilico tra fascino superiore e dolcezza immaginifica.
Da ricordare su tutti ‘Heart of the sunrise’, ‘Close to the edge’ e ‘Yours is no disgrace’ (in cui complessità arrangiativa e melodia si sposano al meglio).
Per chi vuole approfondire, ritengo indispensabili The Yes album (71), Fragile (72), Close to the edge (72), magica triade progressiva ricca di stupende e liriche composizioni.