Daft Punk Human after all cd cover. Artista/Gruppo: Daft Punk
Titolo: Human after all
Etichetta: Virgin Records
Web site: http://www.daftpunk.com/
Codice:  
Recensore: Giuseppe Moro
Pubb. il: 05/03/2006
Copyright: Giuseppe Moro per Music on Tnt

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Un disco lungo un’eternità, 23 brani per i paladini francesi dell’elettrodance, gli autori di quel Homeworks che tracciò qualche linea ferma sul genere.

Figli di Motorbass e parenti di Etienne de Crecy i Daft Punk si sono creati un credito mondiale di assoluto rispetto. E forse anche un tantino esagerato. Con Human After All ripropongono il loro stile fatto di voci da vocoder e ritmi sintetici nel tentativo, come anche il nome cerca di far intendere, di unire rock e elettronica. Insomma sebbene si cerchi di girarci intorno “Human AFTER All” aldilà delle pretese non va.

Che i Daft Punk siano sopravalutati?

Spiace persino, perché i transalpini hanno natali nobili, conoscenze e pratiche musicali senza macchia e un seguito da rispettare ma, per dirla proprio fuori dai denti, tutta ‘sta roba di voci filtrate alla lunga stanca e anche parecchio.

Ricordate i Rockets?

Beh ricordano i Rockets.

Francesi pure loro sul finire degli anni Settanta, verniciati di argento, con chitarre a forma di stella, movenze robotiche e kitch a badilate, proponevano una sorta di rock spaziale del quale quasi nulla è rimasto. L’oblio che li ha travolti non era poi così male, perché riesumarli, pur aggiornandoli in versione techno? E mica sempre. In “12” non c’è aggiornamento alcuno: sono i Rockets, con un ripetuto riff di tastierona anni ’70 degna di un film di serie B e il solito vocoder. Insomma se cercate il connubio tra elettronica e rock cercate altrove, che i Daft Punk banalizzano tutto e nonostante la lunghezza del nuovo lavoro le idee sono pochine. Alla fine vi ritroverete a far suonare in modalità repeat solo la “5” , un piccolo gioiello che brilla come una stella nella notte più buia. E fa pure rabbia se non malinconia. Perché se make love è, ritmata ed elegante melodia, vuol dire che ci siamo, che c’è del bello e del buono, che basta volerlo.

E allora Daft Punk, semplificate tutto, togliete i poster ingialliti dei Rockets dalle vostre camerette, prendete a martellate i vocoder (o come accidenti si chiameranno oggi), date fuoco a qualche infernale programma su PC, la bellezza è essenziale, minimale, accennata: linea, tondo, punto, elemento.

Parafrasando un vecchio detto motociclistico (“Tutto quello che non c’è non si rompe”) vien da dire inelegantemente: tutto quello che è in più rompe. E, dato che si è dato la stura alle citazioni eccone un’altra che circolava anni fa a proposito delle band che armeggiavano col DX7, il Juno et similia: “Vendere sintetizzatori agli europei è stato come vendere il whisky agli indiani”. Oggi i mezzi sono ancor più sofisticati e digitali e formidabili ma il rischio è ugualmente alto per coloro che ne abusano: verranno decimati tutti.