Daniele sepe Nia Maro copertina del cd Artista/Gruppo: Daniele Sepe
Titolo: Nia Maro
Etichetta: Il Manifesto
Web site: www.danielesepe.com
Codice: CD/142
Recensore: Stefano Martini
Pubb. il: 01/05/2005
Copyright: Stefano Martini per Music on Tnt

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Nutro una certa forma di razzismo che mi porta a mal sopportare gli artisti fortemente politicizzati, quelli che devono mettere il messaggio politico in tutto, perché sostengono che tutto è politico. E Daniele Sepe è fortemente politicizzato. Si rivolge ai suoi lettori di rete con “compagni e compagne”, e gode che i suoi dischi vendano mica come godremmo noi, ma perché vendono più di quelli fatti dai ricchi che incidono per le major.

Però è bravo, lo è senza ombra di dubbio, io l’ho visto dal vivo e suona il sax che quando ha finito la sua parte, sembra di essere alla fine di una pietanza squisita: appagato e con ancora il gusto in bocca. Per il vizietto di cui sopra, ha un'altra caratteristica: suona tutto quello che gli va di suonare basta che arrivi da qualche sud. Allora i dischi diventano difficili da ascoltare perché saltano di qua e di là; cambiano i suoni, le atmosfere, gli strumenti, le voci, le lingue, le epoche, ogni brano cambia tutto. Come il suo lavoro del 2003 “Anime candide”. Un bel disco che non ho mai ascoltato dall’inizio alla fine.

Solo che con “Nia Maro” questa volta il gioco sembra riuscirgli perché il CD, non soffre di discontinuità. E’ ricco, ricchissimo ma chissà come, trova una sua comunione nelle mille anime che lo compongono, o magari io mi ci sono abituato. Sepe orchestra una corposa schiera di musicisti, e più gente partecipa ai suoi lavori, più questi diventano personali, inequivocabilmente dischi di Daniele Sepe. Forse anche perché ci mette parecchio del suo: compone, suona un bel numero di strumenti, arrangia, produce, mixa e masterizza.

Mare nostro (questa la traduzione del titolo dall’esperanto) apre con “Tammurriata” spendido esempio di come si possa perpetrare la tradizione tradendola. Continua con la suite delle saltarelle proposta invece con una certa ortodossia, ma quando si crede di aver collocato il disco nel nostro centro sud, eccoci navigare verso l’Egitto con “Lamma bada” cantata in arabo antico da Marzuk Mejiri e tra uno splendido palo e una meravigliosa frasca si passa per Brassens, per la Sicilia, per la Grecia si sente la voce di Orson Wells che racconta alla radio l’invasione marziana sulla terra per l’incipt di “La guerra dei mondi”. Non tutto è perfetto, la caraibica “Mercy Sonny” suona strana, e “La guerra dei mondi” è tanto lunga. Ma va bene lo stesso, sono convinto che Daniele Sepe non vorrebbe mai la pagella con tutti dieci.

Negli ultimi due anni i dischi italiani più belli che ho ascoltato, hanno in comune la caratteristica di essere lavori licenziati da musicisti, e non da autori di canzoni. “Acqua foco e vento” di Riccardo Tesi, “Made in Sardinia” di Enzo Favata e questo “Nia Maro” sono dischi fortemente attuali, in sintonia con il mondo che viviamo, trasudano contemporaneità pur affrontando brani tradizionali, o pezzi esclusivamente strumentali. Temo che la canzone d’autore abbia in qualche modo perso il primato, non è più la nostra finestra sul mondo, le vedute che offrono musicisti come Daniele Sepe abbracciano più orizzonte.

Sono parecchi anni ormai che si può dire di un artista che è napoletano senza etichettarlo in nessuna maniera, ma c’è un altro termine che fin’ora ho volutamente ignorato, la tremenda etichettona strainflazionata che è “mediterraneo”. Se volete male alla musica usatela per questo disco altrimenti ascoltatelo e fatelo conoscere.

Rimane il problema della politica. Che volete farci, se la pensate come Sepe meglio per voi, se la pensate nella maniera opposta, beh ormai vi sarete fatti il callo, non è che ci sia molta ciccia dall’altra parte…