Francesco De Gregori copertina dell'album Pezzi. Artista/Gruppo: Francesco De Gregori
Titolo: Pezzi
Etichetta: Sony Music
Web site: www.sonymusic.it/degregori
Codice: -----
Recensore: Alino Stea
Pubb. il: 12/06/2005
Copyright: Alino Stea per www.music-on-tnt.com

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Potrei cominciare questa recensione parlando dell’ennesima dimostrazione di rigore (etico prima ancora che musicale) del cantautore romano, oppure potrei cominciarla dicendo che questo è, senza ombra di smentita, l’album più elettrico mai inciso dal principe, oppure, ancora, potrei cominciarla incensando quest’album come il migliore da CANZONI D’AMORE del 1992 o, addirittura, da TERRA DI NESSUNO del 1987.

E invece voglio cominciare questa recensione parlandovi degli ultimi 15 minuti di questo disco, 15 minuti che corrispondono alle ultime tre canzoni, tre pietre messe apposta lì per pesare sul cuore, tre pietre che rischiano di diventare miliari nella produzione di De Gregori.

“Il panorama di Betlemme”, “Le lacrime di Nemo – l’esplosione – la fine”, “Il vestito del violinista”: ognuno ci legga pure quello che vuole leggervi, in buona o in cattiva fede che sia.

Io, ogni volta che le ascolto, entro in un territorio oscuro arso dal fumo e dal rimpianto, dall’arroganza e dalla preghiera, dal cinismo e, finalmente, dalla redentrice pietà: la nostra povera natura umana, in un subbuglio di vane frontiere e di ridicoli distinguo, finalmente si inchina a Voltaire, a Kant e alla maestosa etica della dignità umana: le perdute lacrime di Nemo esplose, in un silenzio inconcepibile, nel derelitto orizzonte mediorientale, si riscattano, alla fine, nell’ennesima, irrinunciabile, speranza di un nuovo progetto etico per il futuro.

A Betlemme non ci sono mai stato, ma quel panorama è lo stesso che vedo dalla mia finestra mentre scrivo queste parole ed è lo stesso che vedi tu da una qualunque delle tue finestre: “Questo cielo senza riparo / questo sipario di fiamme”, questa insensata voglia di spaventarsi per il diverso, questo insensato impegno a doversi sentire per forza i migliori.

La canzone di Nemo, vi confesso apertamente, mi fa veramente piangere: sarà per quel mandolino suonato dal povero Marco Rosini, sarà perché mi vedo sempre più spesso come un piccolo Nemo allibito e sfinito che, all’ennesimo chiaro di luna che sprofonda nel mare, sente “Che ogni passo avanti è un passo in meno” e che non ci spetta, alla fine, alcuna redenzione.

Sarà per questo o sarà per altro, ma qui non posso far altro che inchinarmi di fronte alla tremenda dolcezza della melodia e alle inesorabili parole del testo, entrambe sussurrate con ferma carità da De Gregori.

Ma l’etica della dignità umana è – deve essere – più forte di qualsiasi religione e di qualsiasi condanna e allora lo sferzante, spasmodicamente elettrico, violinista, dopo aver attraversato i gironi danteschi della contorta – sciocca – malvagità umana, approda ad un nuovo mondo, effimero si, ma dove vedremo “Falegnami e filosofi fabbricare il futuro”.

Canzoni, meravigliose canzoni! Alla faccia della musica leggera di turno!

Volendo tornare alla prosaicità di una recensione canonica, vorrei dirvi che, paradossalmente, il brano guida, “Vai in Africa, Celestino!” (che pure adempie egregiamente al suo ruolo), è il meno valido, artisticamente parlando, del lotto: molto più efficace la contenuta amarezza di “Numeri da scaricare” (con quel suono di chitarra che sembra materializzarsi dal nulla a sottolineare, leggera, il disegno melodico), oppure la tenerissima “Gambadilegno a Parigi”, ennesimo affresco di una sconfitta descritta con lo sguardo benevolo e partecipato di chi deve sopportare e andare avanti.

Ma dovunque, schizzati un po’ di qua e un po’ di là per l’apprezzabilissima frenesia elettrica che pervade il disco (dominato dalle chitarre che vanno a scavare dappertutto scampoli di Dylan, di Neil Young, di Cohen e, persino, di Lou Reed), lampeggiano i rimpianti e i rimbrotti, le indignazioni e le costernazioni di un uomo attento a rileggersi la propria coscienza sempre specchiandosi nella realtà, ma sempre meno intenzionato ad evaderne: perché tutti siamo – dovremmo essere – un po’ falegnami e un po’ filosofi.