Eugenio Finardi cover del cd Anima blues Artista/Gruppo: Eugenio Finardi
Titolo: Anima Blues
Etichetta: Edel
Web site: www.eugeniofinardi.it
Codice: -----
Recensore: Alino Stea
Pubb. il: 25/06/2005
Copyright: Alino Stea per www.music-on-tnt.com

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Non so quanti di voi abbiano ascoltato veramente il blues.

Si, certo, ogni vero amante del rock avrà nella sua discoteca album di Eric Clapton e dei Cream, dei Led Zeppelin, degli Allman Brothers, di Steve Ray Vaughan o di Gary Moore e qualcuno di questi appassionati, senza dubbio, avrà sentito un groppo alla gola e un peso enorme sul cuore ogni qualvolta il povero Steve Ray o il buon “Slowhand” parte con qualche straziante assolo.

Così come, ad ogni ascolto di “Since I’ve been loving you”, sarà sembrato a tanti di essere trascinati dalla voce di Robert Plant in un infinito abisso di dolore, mentre la chitarra di Jimmy Page disegna tutt’intorno una scala di lacrime.

Troppa retorica, dite?

Ok, forse ho esagerato, in fondo tutto questo è anche business.

E allora parliamo del blues senza compromessi, della vera musica triste, del dolore nero che ti squarcia: Robert Johnson, Blind Lemon Jefferson, Bukka White, Elmore James, Muddy Waters, Willie Dixon, Sonny Boy Williamson, John Lee Hooker, tanto per fare qualche nome.

Qui non servono watt e rumore, basta solo una chitarra (anche male accordata), un’armonica a bocca, un’anima che non ne può più di contenere l’intero dolore del mondo e il gioco è fatto.

Tre musicisti bianchi, a mio parere, hanno, più di altri, così bene assimilato questo modo tutto nero di suonare, che è poi un modo tutto nero di interpretare la vita, al punto da sublimarne l’essenza in alcuni dischi meravigliosi: sto parlando dell’armonicista e vocalist inglese John Mayall (fondatore dei Bluesbreakers), del chitarrista americano Mike Bloomfield (che ha collaborato anche con Bob Dylan) e dell’indimenticabile Janis Joplin con la sua voce carica di una rabbia dolce e dolente allo stesso tempo.

Ebbene: arrivati a questo punto, qualcuno di voi starà pensando che, essendo questa una recensione su un disco di blues di Eugenio Finardi, io voglia arrivare a paragonarlo a questi grandi.

No, non è questa la mia intenzione, perché i percorsi e le misure sono comunque diversi: mi sono dilungato nell’introduzione perché volevo cercare di farvi toccare con mano di quale enorme fardello di responsabilità andava a farsi carico il cantautore italo-americano incidendo un disco (oltretutto cantato tutto in inglese) come questo.

Ci è riuscito? La mia risposta è si!

Per chi ha seguito saltuariamente le vicende di Finardi, questo disco di inediti (che appare a ben sette anni di distanza dall’ultimo) potrà apparire un capriccio, uno sfizio da v.i.p., ma, a ben vedere, Eugenio ha sempre non solo cantato ma realmente vissuto il dolore della musica (che è poi il dolore del nostro animo spesso sconfitto).

Andando poi a scavare in profondità tra le pieghe della sua discografia, è facile scoprire brani di decisa impostazione blues, dove il suono e il canto si fondono in una rabbuiata tristezza, ravvivata, comunque, da un ineffabile afflato di tenue ma invincibile speranza.

Questo disco, oltretutto, non sembra essere il frutto di una mano sola, ma appare il risultato, sentito e organico, di una band che ha composto e suonato insieme: tanto di cappello, quindi, alla perizia tecnica, alla sensibilità armonico-ritmico-melodica e, last but not least, al coraggio di svelare la propria anima di Pippo Guarnera all’organo hammond (che bello, quel suono!), di Vince Vallicelli alla batteria (quanto mai varia nei ritmi e nelle sonorità) e di Massimo Martellotta alle chitarre (ora abrasive e urticanti, ora eteree e acquietanti).

Tranquilli, non ho dimenticato Finardi: qui la sue capacità compositive, sublimate da quel substrato blues di cui è da sempre un patito, si ergono maestose e accoppiano in un tutt’uno competenza e passione, raziocinio e sentimento, voglia di ‘jammare’ e voglia di sprofondare nel dolore più cupo, avvolto in un rantolo antico.

E la voce? mostruosamente bella!

La sua non è una voce che si piega a cantare il blues, la sua voce è blues: aspra, roca, sempre più sporca (che evoluzione rispetto a quella a volte forzata dei primi dischi o ai vocalizzi educati di certi brani anni ’80!), ma dotata di una profondità espressiva che lascia stupefatti se non sgomenti.

Il disco, dal punto di vista stilistico, copre un ampio spettro di approcci: dal blues elettrificato di Chicago a quello ‘sudista’ sporco e boogie, dal blues acustico e spiritato del Delta a quello ‘british’ intellettuale ed emotivo, il tutto, però, magistralmente amalgamato, come dicevo, dall’interpretazione, sentita, partecipata, lacerata e lacerante.

C’è una sola cover, abbastanza scontata, per la verità, ed è “Spoonful” di Willie Dixon.

A tal proposito vi dirò la verità: quando iniziai a seguire su internet la nascita di questo progetto, lessi dell’intenzione di Finardi di incidere un disco blues con alcuni inediti e un buon numero di cover e questa cosa mi entusiasmò.

A disco finito, scoprii che il nostro aveva privilegiato le composizioni originali a scapito delle cover e questa prospettiva, lo confesso, mi lasciò perplesso.

A posteriori devo chiedere scusa a Finardi e ai suoi collaboratori: anch’io, che lo stimo tantissimo e gli voglio molto bene – come artista e come uomo –, avevo dubitato delle sue effettive capacità!

Non voglio fare assolutamente, per concludere, una classifica delle canzoni migliori.

Questo disco non è una raccolta di hits, è sangue, sudore e lacrime (parafrasando il nome di un noto gruppo americano soul-jazz di fine anni ’60) dall’inizio alla fine: e cosa c’è di male a dirlo e a cantarlo?

Ognuno di noi ha delle pene da piangere, degli abbandoni o dei rimorsi da scontare, delle preghiere da implorare: bentornato Eugenio, se ti senti solo, vieni da me!