N.E.R.D. Fly for die cd cover Artista/Gruppo: N.E.R.D.
Titolo: Fly or Die
Etichetta: Virgin Arista
Web site: www.n-e-r-d.com
Codice: -----------
Recensore: Giuseppe Moro
Pubb. il: 24/06/2004
Copyright: Giuseppe Moro per www.music-on-tnt.com

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Il white album della musica nera americana eccolo qui.

A farlo non potevano che essere i N.E.R.D. (acronimo che sta per No one Ever Really Die) un progetto a firma della crema dei Neptunes, ovvero Pharrel (Williams) e Chad (Hugo). I due amici, e Pharrel particolarmente, sono considerati dei Re Mida delle classifiche, quello che toccano diventa oro. Produttori, arrangiatori, polistrumentisti e 1000 altre cose riescono a trarre linfa persino da un albero fossile.

Quello che in Europa sta diventando Mousse T, il dj di origini turche che realizza mirabilmente tutto quello che altri vorrebbero anche solo pensare, Chad e Pharrel lo sono negli States. Insieme ai due il rapper Shay (Haley). Il risultato è “Fly or Die”: un lavoro che sorprende dal primo battere e che non si può neppure inserire, come invece poteva accadere per il disco d’esordio come N.E.R.D., nel filone dell’hip hop.

Un lavoro che è superamento di generi e persino decenni: funky e soul, psichedelia e pop, rap e british sound, Prince e Quincy Jones. Il talento compositivo da manuale, l’esuberanza delle intuizioni, la capacità di legare temi e matrici musicali differenti, il senso dell’equilibrio, il gioco delle alchimie, la generosità della proposta fanno dei N.E.R.D. un riferimento per buona parte di quello che si muove oltreoceano.

Canzoni che sembrano scherzi e invece si evolvono inaspettatamente, melodie accennate su ritmi sghembi, costruzioni mirabili che si dissolvono, che si trasformano, un gioco continuo a reinventare tutto, facendo coincidere cose apparentemente inconciliabili. “Drill Sergeant” è un’irresistibile marcetta che Kevin Rowland e i suoi Runners di mezzanotte avrebbero voluto fare , “Don’t worry about it” archivia Prince o come diavolo si chiama, “Wonderful place” è per parte un soul moderno e stranito ma anche ammaliante, quasi psichedelica, “Trasher” mette qualche punto definitivo all’hip hop finora conosciuto, “May be” è puro pop inglese, la titletrack ha un tiro imprendibile, “The way she dances” ha un accenno di refrain da Stones che vorresti continuasse all’infinito.

E invece non lo fa.

Invece i N.E.R.D. accennano, citano, riempiono le loro canzoni di perle e poi le confondono in mezzo ad altri preziosi, mostrano un poker e rimescolano le carte, prestigiatori di suoni e generi.

Praticamente in ogni brano ci sono tanti e tali spunti che altri svilupperebbero per farci un disco intero e che, poveracci, chissà quanto soffrono a vederli qui accennati, creati e distrutti come per gioco, in una fantasmagoria di colori, melodie implose e formidabili ritmiche (su tutte ascoltate “She wants to move”: non è un caso che per Pharrel la batteria sia stato il primo amore).

A tutta prima stupisce, non è esattamente immediato, “chissàsemipiaceràundiscocosì”, scorri le tracce e poi che lo racconto a fare? Gli XTC, ecco, gli XTC facevano un effetto così. I N.E.R.D. sono gli XTC venti e fischia anni dopo, neri e americani, con la lezione di tutta la club culture e dell’hip hop nelle orecchie, MTV ed era digitale comprese.

Qui con la compagnia ci sono ospiti importanti: in “Jump” ecco buona parte dei Good Charlotte, nella già citata “May be” elementi dei Roots e la chitarra di Lenny Kravitz. “Fly or Die” è disarmante e geniale.

Come “babyface” Pharrel. Un ragazzo di trenta anni che cura cento altri artisti miracolati (la Spears, Timberlake, Jay Z, No Doubt, Snoopy Dog, Kelis….), ha una sua linea di abbigliamento, ed è pure diventato un sex symbol. Negli appuntamenti live i titolati da star system fanno a gara per figurare come ospiti. E i ragazzi sono pure modesti. Sembrano quasi stupiti, sembra non si rendano conto che il loro “Fly or Die” se non è l’album bianco è “Sergent Pepper”. Oppure l’album americano degli XTC.

Robetta da niente.