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David Bowie Heathen copertina del cd
Artista/Gruppo:  David Bowie
  Titolo album:  Heathen  
  Etichetta:  -----------------  
  Web site:  www.davidbowie.com  
Recensore: Alino Stea

© Alino Stea per http://www.music-on-tnt.com

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“For in truth, it’s the beginning of nothing
and nothing has changed
everything has changed”.


Questi versi, contenuti nel brano d’apertura dell’album, “Sunday”, danno la misura dell’ennesima reincarnazione del duca bianco.
Il ‘cambiamento’ (ricordiamo lo storico brano del ’71 intitolato proprio “Changes”) è, da sempre, la sua parola d’ordine, l’imperativo categorico della sua vita di artista.
Diciamolo subito: “Heathen” non è un capolavoro, né tantomeno è il testamento spirituale di David Bowie: è semplicemente un altro, affascinante e comunque mai scontato, capitolo della storia musicale del cantante inglese.


Storia che non è un’insensata fuga in avanti, ma ha un suo moto circolare, che parte, ritorna a quel punto per poi ripartire in un’altra direzione: in questo senso è da interpretare il ritorno alla produzione di Tony Visconti, suo antico sodale negli anni ’70, allo stesso modo in cui in “Black tie white noise” (93) si era riavvalso della produzione di Neil Rodgers (già presente in “Let’s dance” dell’83) e in “Outside” (95) di quella di Brian Eno (già fondamentale nella ‘trilogia berlinese’).
“I temi sono gli stessi da 40 anni”, ha ammesso lo stesso Bowie in un’intervista, “è l’approccio ad essere cambiato frequentemente, in quanto ho cercato di chiedermi la stessa domanda da prospettive differenti”.
Ed effettivamente, rispetto all’ultimo album di studio “Hours” del ’99, se le tematiche affrontate nelle liriche insistono su una sorta di esplorazione del proprio io in relazione ad un mondo esterno sempre meno comprensibile, dal punto di vista musicale siamo, se non agli antipodi, certo in una posizione molto diversa: se in “Hours” l’approccio era sostanzialmente acustico, in “Heathen” vengono recuperate certe sonorità elettroniche, sia pure filtrate dalla presenza di strumentisti di vaglia, quali lo stesso Visconti, Pete Townshend, Carlos Alomar e Mark Plati (tutti alla chitarra), Tony Levin al basso e Sterling Campbell alla batteria.
Il titolo, “Pagano” in italiano, secondo le parole dello stesso Bowie, sta a rappresentare una sorta di “stato mentale, e può essere riferito a chi non riesce a vedere il proprio mondo, a chi non sente la presenza di Dio: è, in sostanza, l’uomo del ventunesimo secolo”.
Bowie non dà mai giudizi morali, ma è evidente sia la sua presa di posizione contro l’edonismo imperante che sta facendo perdere di vista il vero senso delle cose sia la sua ricerca di dialogo con un essere superiore.
Il brano iniziale, “Sunday”, è la bussola che indica quali saranno le coordinate entro cui si muoverà l’intero album.
A seguire, la prima cover (ce ne sono tre, ad ulteriore dimostrazione dell’umiltà di questo artista, conscio che non è disdicevole interpretare brani altrui, soprattutto se questi ultimi ti colpiscono emotivamente), “Cactus” dei Pixies, un’ottima band americana di fine anni ’80.
E’ poi la volta di “Slip away”, il capolavoro melodico del disco: la struttura armonica rimanda al Bowie dei primi ’70, mentre il brano si dipana lungo una struggente melodia.
Il brano seguente, “Slow burn”, è stato scelto come apripista per l’album: la voce di Bowie, carismatica come al solito, duetta con l’intramontabile chitarra di Pete Townshend.
Le due canzoni successive, “Afraid” e “I’ve been waiting for you” (cover di Neil Young), sono abbastanza canoniche, più ritmata la prima, più riflessiva la seconda.
“I would be your slave” ha un bel tappeto percussivo, innervato da un dolce ma deciso accompagnamento di violini.
La terza cover è “I took a trip on a Gemini spacecraft”: un brano importante, rielaborato ritmicamente ed elettronicamente, di The Legendary Stardust Cowboy, il cantante americano cui Bowie si ispirò per dare un nome al suo mitico personaggio Ziggy Stardust.
Segue “5.15 the angels have gone”, un bel brano, molto eno-bowiano negli intenti, con suoni percussivi che ricordano gli U2.
La song successiva, “Everyone says hi”, è il secondo singolo estratto ed è una canzone senza molte pretese che ricorda, nelle armonie e nei coretti di sottofondo, un brano di ben altre pretese del passato bowiano, la splendida “Absolute beginners”.
Ancora un’altra track abbastanza semplice e melodica come “A better future”, prima della conclusione, affidata ad “Heathen (The rays)”: liricamente e musicalmente si ricollega al brano iniziale ed entrambi sembrano rimandare (e per il suono delle tastiere e per la coinvolgente voce di Bowie) alle atmosfere di “Low” e di Heroes”.
In copertina gli occhi di Bowie sembrano quelli di un automa che vede solo le cose per cui è stato programmato, mentre nel booklet del cd campeggiano le costine de “La teoria generale della relatività” di Einstein, de “L’interpretazione dei sogni” di Freud e de “La gaia scienza” di Nietzsche, tre opere fondamentali della cultura del ‘900.
Come a dire: vediamo solo ciò che ci fanno vedere e, comunque, vediamo solo una piccola parte, molto relativa, della realtà. Il resto ci è ignoto.