The Hellacoptes, copertina dell'album Grande Rock. Artista/Gruppo: The Hellacopters
Titolo: Grande rock
Etichetta: Sub Pop, 1999
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Recensore: Giuseppe Moro
Pubb. il: 23/02/2004
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Cosa c’è in Scandinavia? Sarà che c’è freddo e nevica e quindi, come diceva Bob Mould degli Husker Du a proposito del clima di minneapolis “Non si può uscire, meglio così, abbiamo più tempo per suonare”, sarà che utilizzano la musica come altrove la grappa (per tenersi caldi cosa avete capito…), saranno le albe livide e gli spazi bianchi (che ci sono sempre stati ma fa scena) ma da un po’ in qua gli Abba sono solo un ricordo.
Motorpsyco, The Hives, Entombed… tanto per sputare i primi nomi al volo: sotto i ghiacci qualcosa brucia.

The Hellacopters vengono da Stoccolma dove si sono formati nel 1994 e la lezione è sempre la stessa, rock’n’roll tirato e senza tanti complimenti.

“Grande rock” è il loro terzo album dopo gli esordi e le conferme incandescenti datate 1997 e 1998 e sono in cinque, 2 chitarre e un basso, tastiere e batteria. Per chi ama le definizioni e i generi li possiamo buttare nel minestrone del New rock revolution insieme ai già citati The Hives, Black Rebel Motorcycle Club, D4, The Datsuns, Jet, le star The Strokes e persino i quasi inutili The Vines…insomma tutta la roba chitarrosa e più o meno sporca che è venuta su al chiudersi del decennio vecchio e all’aprirsi di quello nuovo. Trattasi del buon vecchio rock’n’roll urbano mai morto e che sembra sempre nuovo persino nella mise dei protagonisti: capelli spettinati, jeans sdruciti, giacchette e giubbini stazzonati, aria provocatoriamente sfatta.

Dai teddy boys degli anni cinquanta in poi l’iconografia è ricorrente. Musicalmente i riferimenti vanno a Television, a Stooges, a MC5, a Radio Birdman, a Scientists. Il rock degli Hellacopters in “Grande rock” però non si limita al graffiare di chitarre di bassa qualità su una base ritmica piccola e monocorde ma riceve una robusta dose energetica dall’hard rock e persino dall’heavy metal. Non solo elettricità ma muscoli.

La velocissima “City Slang” ha una sezione ritmica da band hard, “The Electric Index Eel” richiama la NWOBHM di gente come i Def Leppard degli esordi, “Gimme Shelter” o “The Devil Stole The Beat” hanno un andamento “a spire di serpente” come nei brani dei Motorhead, “The Devil Stole The Beat” sembra presa da vecchio repertorio dei Saxon. Non c’è poi da stupirsi. Nicke “Royale” Andersson e kenny Hakansson non fanno mistero di aver ascoltato ovviamente il punk tutto, specie quello ante-Pistols, ma anche gente come Slayer, Kiss e Van Halen. E il rock mainstream. In “Alright Already Now” per esempio ammiccano non poco a quest’ultimo.

Se continuano così salteranno in un balzo solo sul treno dei Kings of Leon, Darkness e li vedremo vestiti di paillettes e boa colorati. Niente di male, beninteso, la musica se ben fatta è tutta bella però gli appassionati dei suoni garage saranno costretti a rivolgersi altrove.