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I can see your house from here copertina dell'album.
Artista/Gruppo: Pat Metheny
  Titolo album: I can see your house from here  
  Etichetta: ---------------------------------------------  
  Web site: http://www.patmethenygroup.com/  
Recensore: Sabino Monterisi

© Sabino Monterisi per http://www.music-on-tnt.com

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  L’oggetto delle nostre odierne attenzioni è frutto di una pregevole collaborazione tra due riferimenti del jazz internazionale moderno, quali Pat Metheny e John Scofield.

Circa 7 anni fa mio fratello fa un giro all’estero, visita i magazzini della Virgin e acquista questo cd. Lo porta a casa e lo ascoltiamo: sì, bello (già all’epoca ero grande fan di Metheny), ma non mi convinceva pienamente, forse perché non ero granché affascinato dall’aspetto tecnico di quest’opera, in quanto non mi pareva presentasse, sotto quell’aspetto, grandi spunti.

Col tempo, però, ho acquisito una maggiore maturità che mi ha consentito di apprezzare anche opere che avevo precedentemente tralasciato. Ho quindi riscoperto questa collaborazione, apprezzandola maggiormente che non in passato.

John Scofield è un chitarrista dal fraseggio complicato. Non è uno dei principali esponenti della tecnica, intesa come abilità meccanica sullo strumento, ma è l’uomo che picchia o accenna, accarezzandole, le note giuste al momento giusto, con il giusto feeling: anche questa è tecnica. Ha un fraseggio spigoloso, poco liquido, pochi gradi congiunti, più arpeggi, rimanendo comunque gradevolmente e sapientemente melodico.

Di Pat Metheny si è detto quasi tutto, anche in queste pagine ed in quelle gemelle di TNT Audio. Per la mia opinione è sicuramente grande: solare, fluido, melodico, geniale improvvisatore dal suono cupo ma dettagliato. Ricordo di averlo visto in vhs durante un concerto tenuto a Sanremo: l’esecuzione di minuano 6/8 potrebbe essere spunto per un paio d’anni di esercizi per chitarristi non proprio alle prime armi…...

Veniamo all’opera: l’album si compone di 11 brani per una durata complessiva superiore ai 60 minuti. Si alternano composizioni di Scolfield a quelle di Metheny. Come ho già precisato, è necessaria una certa predisposizione per ascoltare quest’opera, che è per ascoltatori raffinati ed educati: niente suoni elettronici e campionamenti vari fuori luogo, né sovraincisioni, solamente il suono di un quartetto jazz e due improvvisatori che colloquiando, fanno sì che il tono della conversazione assuma l’aspetto di un canto (Metheny) o di una prosa (Scofield). Quasi a porre l’accento sulla loro differente impostazione, su parecchi brani i temi sono suonati dapprima perfettamente all’unisono, successivamente ciascuno dei solisti suona le stesse note ma interpretate col proprio timing personale. Da questa dicotomia, penso, i due artisti abbiano preso spunto per il titolo il quale, parafrasato, suonerebbe: “ti conosco, nonostante non siamo vicini”.

Da sottolineare, per ultimo l’eleganza e la maestria del batterista Bill Stewart, che, in alcuni brani, sottolinea le frasi centellinando i colpi di rullante, e del bassista Steve Swallow, presente su più memorabili incisioni di grossi nomi del jazz, dal suono e dalle frasi dal carattere moderno, poliedrico e brillante, piacevolmente elettrico.

Sulle note della mia traccia preferita, “message to my friend” vi auguro buon ascolto.