Interpol, Turn on the bright lights. Cd cover. Artista/Gruppo: Interpol
Titolo: Turn on the bright lights
Etichetta: Matador Records
Web site: www.matadorrecords.com
Codice: ----
Recensore: Giuseppe Moro
Pubb. il: 12/02/2005
Copyright: Giuseppe Moro per Music on Tnt

Sei in: Home > Recensioni > Pop/Rock

Okkei, okkei, non è il disco nuovo (che è uscito di recente, si chiama “Antics” e se ne parlerà) ma piuttosto l’album d’esordio degli americani Interpol.

Forse proprio per questo importante.Quindi va da se che queste note vadano ad arricchire (o impoverire, qualitativamente parlando) l’archivio del vostro sito preferito.

Dopo l’esordio discografico con qualche EP ecco l’opera prima dei quattro, Carlos D (Dengler), Paul Banks, Daniel Kessler, Samuel Fogarino, che vengono da New York ma suonano come se fossero di Manchester.

Incidono nel 2002 ma è come se l’avessero fatto esattamente venti anni prima. Perché gli Interpol sono tra i gruppi del sempre annunciato, ma mai veramente scoppiato, ritorno degli eighties, con tutte le darketudini e le new waves del caso. Fossero nati intorno al 1980 sarebbero stati praticamente indistinguibili dal mare di gruppi che all’epoca facevano furore nei festival e nelle radio indipendenti. E tra tutti sarebbero appartenuti alla frangia oscura e tesa. Quella della musica dei nervi (“Nerves like nylon, nerves like steel”… Joy Division, naturalmente), con il basso suonato col plettro a far da padrone e le chitarre scorticate in loop.

Manco a dirlo è proprio il gruppo del compianto Ian Curtis a essere il riferimento più preciso degli Interpol, persino nel rigoroso nero quasi totale del cd, nelle scritte essenziali e minuscole, nella foto in controluce e b/n all’interno.

E gli undici pezzi?

Uguale. I Joy Division e la derivazione post mortem New Order, i Bauhaus meno necrofili, The Mission, un assaggio di Killing Joke, qualcosa di accennato dei primissimi Simple Minds e dei Cure stanno li, in mezzo a tutti quei bit, a ricordare una stagione piena all’inverosimile di fermenti, forse l’ultima, di sicuro una delle più interessanti per la musica moderna. Per chi conosce i motivi ispiratori niente di nuovo ma quanto piacciono ancora.

“Untitled” apre il lavoro nel modo più classico per lo stile, una chitarra trattata che gira su se stessa, la sezione ritmica che s’inserisce ossessiva, e poi la voce dall’incedere solenne e ripetitiva.

Un manifesto.

Tre minuti e 55 secondi di perfezione che potrebbero stare in uno qualsiasi dei (troppo) pochi dischi dei Joy Division. Il resto è una festa per i malati del genere, riff che squarciano il tappeto della sezione ritmica a costruire belle composizioni, dalle velocissime “PDA” e “Roland”, alle stranianti “Hands Away” e “The New”, alla più luminose “Leif Erikson” e “Say Hello to the Angels” . Se vi è rimasto un po’ di amore per quei suoni di chitarre scampanellanti e scheggiate, di bassi elettrici suonati a mò di chitarra, di batterie rigorose e voci quasi un tono sotto, qui siete nel luogo giusto. Se poi invece non avete primi amori da ricordare e vi va di viverne uno ex novo tanto meglio, l’unico rischio è che poi venga voglia di cercare nei cataloghi tutto l’umor nero di certi Anni Ottanta. E, comunque vada, la musica degli Interpol potrebbe essere una splendida colonna sonora per brevi sere d’autunno con la bruma, luci fioche nei lampioni e il vento che fa mulinare le foglie rosse cadute.