Mark Knopfler, Shangri La cd cover. Artista/Gruppo: Mark Knopfler
Titolo: Shangri La
Etichetta: Mercury
Web site: www.mark-knopfler-news.co.uk
Codice: ------
Recensore: Giuseppe Moro
Pubb. il: 20/11/2005
Copyright: Giuseppe Moro per Music on Tnt

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Dalla Scozia al mid-west, dalle ballatine intime al country blues.

Il signor Knopfler va in America ed esce con questo nuovo lavoro (il quarto) ispirato ai suoni stellestrisce, Dylan, Neil Young, Ry Cooder.

Il risultato però convince solo a metà, persino meno. E la ragione per la quale questa recensione esce con qualche tempo di ritardo sta tutta qui. Si è impiegato non poco a cercare di digerire “Shangri-La” e gli ascolti si sono ripetuti  ma con una certa fatica. Detto diversamente il disco non prende  e coinvolge poco, pochissimo.

Nei quattordici brani raccolti  col titolo che è un omaggio al famoso locale “bluesy” di Los Angeles, Mark Knopfler circumnaviga intorno al genere popolare che ha fatto la storia della musica moderna americana ma accenna appena, balbetta, sospira. Quello che manca è il mordente, sembra quasi che le canzoni siano dei riempitivi intorno a uno o due brani più ispirati e per potersi fregiare dello stemmino “disco nuovo” sembra un po' poco.

Sarà perchè è inglese, anzi scozzese e quindi, come tradizione, poco avvezzo a capire bene ed penetrare lo spirito delle radici musicali americane? E’ un’ipotesi, però altri, Clapton in testa se la sono cavata desisamente meglio nella difficile materia, anche se proprio quest’ultimo ha dato il meglio di se quando ha deciso di reinterpretare piuttosto che di inventare. E’ la maledizione di buona parte degli europei che si soffermano su generi nati e cresciuti altrove.

Non c’è niente da fare, toppano.

Succede con gran parte della musica della tradizione originaria, succede praticamente sempre con il blues che è stata, è, e rimane, roba per anime nere, intoccabile, perfetta così. Knopfler sembra caduto nella ragnatela ma uscirne non è affare facile, non per gli europei.  Pronto ovviamente a fare pubblica ammenda e altrettanto pronto ad essere smentito ma a chi scrive il disco è sembrato sostanzialmente inutile, giusto un compitino che cerca ispirazione nella tradizione ma che resta solo ai margini e non basta sapere com’è la struttura di un traditional o averne ascoltato per decenni o conoscere alla perfezione spartiti, tablature o essere dei virtuosi della chitarra.

In una commovente intervista, parlando del suo recente disco di cover di Robert Johnson, Clapton manifestava proprio la sua totale reverenza e, insieme, l’inadeguatezza a entrare nella materia.

Questione di sensibilità, di tocco, di aria, di gioia e di sofferenza, di anima e di carne, qualcosa di indefinito e astratto, di arcano e sublime che, poche storie, si ha o non si ha. E’ il mojo, le radici, i demoni da esorcizzare (a questo proposito cercate e leggete “Ballando il blues” di Albert Murray, nella collana  curata dal critico musicale Giampiero Cane per Clueb, c’è molto da capire...), l’anima venduta o chissà cos’altro, ma così pare essere. Knopfler sfiora ma non affonda, cita qua è là con poca convinzione e i grandi spazi che vorrebbe percorrere, le praterie assolate e l’infinita provincia americana stanno chiusi in una cameretta con le tapparelle abbassate.