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Kosheen Kokopelli copertina dell'album.


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Un appello alla memoria recente: il gruppo è quello di “Resist” album di d’n’b dance neo rock di qualche anno fa ed anche quello di “All in my head” clip non irresistibile in cui la cantante nuota vestita come una starlette anni Venti.
Trovati i riferimenti? Qui il trio (Markee “Substance” Morrison, Darren “Decoder” Beale, Sian Evans) torna a far sentire di cosa è capace. Ancora un omaggio ai pellerossa nel titolo (Kokopelli è una sorta di dio Pan è una divinità che dispensa fecondità e gagliardia avete capito quale) e una buona dozzina di canzoni molto, ma molto, convincenti.

Buone in prima battuta e di questi tempi noiosi non è poco. Ad un secondo (e terzo e quarto) ascolto, per buona fortuna assolutamente spontaneo e non obbligato da doveri recensori, “Kokopelli” rivela aspetti di maturità e varietà di spessore. Intanto rispetto a “Resist” i debiti del gruppo con il drum’m’bass o trip hop paiono pagati sicchè il timone vira più verso il rock da club di tendenza, fuso con i BPM della dance più melodica. Nel complesso più accordi di chitarre (o saranno campionatori? Beh il suono è quello) e meno tappeti di sintetici synth.

Per essere precisi forse la partita è pari e patta. Comunque canzoni col tiro e la melodia giusta, buone per ballare e da ascoltare tutte d’un fiato. Provate una volta e vi ritroverete con il “repeat all” inserito nel vostro lettore cd. Non manca qualche accenno di umor nero e qualche citazione neo wave. “Avalanche” per esempio potrebbe figurare in un disco dei vecchi Mission (è un caso, ma Doctor Avalanche che era poi una drum machine non era il quinto elemento dei Sister of Mercy, dei quali Mission furono emanazione?) e in “Suzy May” Sian Evans, non chiedete il perchè e il per come, ma ricorda le modulazioni di Eddie Vedder dei Pearl Jam.

La cantante gallese poi, cresciuta in ambienti felici musicalmente e con frequentazioni nel jazz e nel r’n’b, è versatile e a proprio agio sempre e comunque. In “Coming Home”, quasi una ballata folk, ha toni caldi quasi come una moderna Joni Mitchell (che pure figura tra le sue muse) in “All in My Head” irrobustisce veloce, in “Little Boy” accarezza i timbri leziosi delle sconosciute interpreti della tecno dance più commerciale, in “Crawling” è rockeuse aspra, in “Recovery” incupisce sapiente come una Siouxie d (’) annata . Come dice con sorpresa Zero-Panariello “c’è una parola sola per dire tutto questo”: Brava. “Kokopelli” è un gran disco, ben confezionato e di grande presa e i Kosheen mettono una bella firma sulla promessa riscossa (ma quando arriva?) del suono inglese. Si capisce che per provenienza, l’osannata Bristol, vengono associati a Tricky e Massive Attack. Meno comprensibile invece l’associazione dal punto di vista musicale almeno in questa fase e questo secondo disco.

Ci sono suoni sintetici? Drum’n’bass? E allora? Kosheen nascono in questi anni ed è quindi naturale. Da qui a metterli nel calderone della scena bristoliana senza distinzioni ce ne passa. Anche perchè, a dirla tutta e senza essere passato per le armi per lesa maestà, un disco così Tricky e co. devono ancora farlo.