Brad Mehldau, Live in Tokyo cd cover. Artista/Gruppo: Brad Mehldau
Titolo: Live in Tokyo
Etichetta: Nonesuch Records/Warner
Web site: www.nonesuch.com
Autore: Stefano Martini
Pubb. il: 12/02/2006
Copyright: Stefano Martini per www.music-on-tnt.com

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Con tutti i nomi che girano, che io ritorni su Brad Mehldau è oltremodo sospetto.

Un motivo c’è, e credetemi, aver venduto la mia Alfa Arna spacciandola per il più ardito made in Italy ad un suo conterraneo mi ha bendisposto solo in parte. Il pianista della Florida (stato che tra un po’ vedrà un’Arna solcare le sue strade) affronta questo “Live in Tokyo” in perfetta solitudine ed è un gran bel lavoro, ma il motivo non è nemmeno questo.

Avete mai visto Brad Mehldau suonare? E’ chino sul piano, concentrato, nemmeno i suoi musicisti sanno bene cosa accadrà tra un istante, sembra che la musica provenga dal suo mondo privato e lui apra un canale per farla arrivare anche a noi, per condividerla, ma la musica resta sua, fa parte del suo mondo. In questa registrazione sembra che tutto sia ancora così. Non c’è una parola, solo note; otto brani che nel suo mondo devono essere molto famosi, alcuni già proposti nelle versioni in trio con Jorge Rossy e Lerry Granadier.

Il disco apre con una composizione di Nick Drake. Fino a che non ho ascoltato i primi suoni non mi sono ricordato subito chi fosse quel Drake scritto a fine titolo. Ma dopo qualche secondo di brano tutto mi è ritornato in mente, non un lontano ricordo, ma lui che canta e suona la chitarra, perché “Things behind the sun” non ne ha solo l’intenzione, ne ha lo spirito, e nello spazio del brano Nick Drake torna con voce e strumento a rinnovare gli stessi brividi. E’ come alle volte quando sogni: il viso non è quello, te ne accorgi, ma la persona sì, è proprio lei.

Poi Mehldau ci mette un po’ per arrivare al brano successivo: finita “Intro” ci ritroviamo al cospetto di “Someone to watch over me” dei fratelli Gershwin, bella come nelle interpretazioni migliori. E ancora Cole Porter suonato fedelmente e stravolto per congiungerlo con “Monk’s dream” e poi i Radiohead di “Paranoid android” trasformata in suite. Infine con calma di nuovo Gherswin e Nick Drake. Non si può dire che tutto sia proposto con un linguaggio elementare, però non c’è nulla di incomprensibile anche per chi non mastica jazz da mane a sera.

Credevo di cominciare a riconoscere lo stile del pianista, un tocco appena esitante a volte, come se non fosse possibile che il prossimo tasto che sta per scendere sia ancora quello giusto, come se si sorprendesse lui stesso che la perfezione possa continuare all’infinito. Ascoltando questo CD quell’attimo di esitazione non lo ritrovo più, e stento a crederlo: sebbene mi piacesse, non mi manca.

Ma veniamo al vero motivo della recensione.

Nel mondo di Brad Mehldau non sembra esserci divisione tra cultura alta e bassa, non sembra affatto strano che Monk duetti con Gherswin e che i Radiohead accompagnino Cole Porter.

Nel mondo di Brad Mehldau non si frulla tutto per avere al termine un composto senza vita da vendere nel pianeta globale, né si suona solo ai martedì culturali, ma si interpreta nel pieno rispetto della musica altrui dopo averla studiata a fondo e soprattutto amata, e poi la si può pure vendere in tutto il globo.

Un giovinastro può arrivare a comprare questo disco anche senza aver visto il video alla TV.

Certo, il Nostro per venire a dircelo di qua nel nostro mondo, ha dovuto cammuffarsi un po’: farsi un tatuaggio, sembrare uno che domani dopo il concerto deve correre a seguire una lezione all’università ma che importa se così può suonare per tanti invece che per pochi. Portaci ancora musica dal tuo mondo Brad, falla sentire a tutti e raccontaci di come anche voi aprite la televisione, ma solo se volete vedere qualcosa; e di come usate “Guerra e pace” sia per stirare i documenti che non dovevate buttare, che per leggere ad alta voce. Raccontaci di quanto a tutti, a tutti tutti voi piace scrivere, suonare, ridere, scoprire, imparare....