[Linkin Park: copertina dell'album Meteora] Artista/Gruppo: Linkin' Park
Titolo: Meteora
Etichetta: Warner Bros
Web site: www.warnerbrosrecords.com
Codice:
Recensore: Giuseppe Moro
Pubb. il: 01/11/2004
Copyright: Giuseppe Moro per www.music-on-tnt.com

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Una vagonata di dischi venduti (15 milioni il disco d'esordio, 850 mila questo in una sola settimana e solo negli Stati Uniti), copertine, premi e videoclips come piovesse: i Linkin' park sono abituati ai grandi numeri e nel giro di pochi anni sono la realtà musicale più visibile di quel grande calderone chiamato Nu Metal.

Cosa unisca oggi i ragazzi del parco Lincoln ai Korn prima maniera e ai Deftones (specie quelli dei primi dischi) è difficile a dirsi e tutto sommato anche ozioso e inutile a cercarsi. Fatto è che tutto cambia tutto si evolve e guai non fosse così. Nei loro confronti si è attuata da parte della critica più intransigente una velata discriminazione: troppo ragazzini, troppo educati (rispetto alle tragedie e alle volgarità cantate da altri), troppo facile il loro successo. "Una boyband con le chitarre" si diceva per sminuire la portata della loro proposta e dei loro riscontri, perché si sa, se il nome del gruppo si diffonde oltre la setta di iniziati - intelligenti - colti - sofisticati non deve valere molto oppure è fasullo e costruito a tavolino, che è lo stesso.

Il pubblico però li ha amati da subito e persino ancor prima che avessero in tasca un contratto, grazie alla diffusione delle loro prime cose su Internet e ai primi live act. Ecco il loro Meteora (dal nome di una località greca famosa per un monastero) che segue il fortunato esordio "Hybrid Theory" e un cd di remix, "Reanimation" con dentro il disco d'esordio e alcuni EP precedenti.

La formula è sempre la stessa, fusione di metal, melodia, hip hop e un pizzico di elettronica. Chitarre e giradischi, un cantante e un rapper, cioè la sintesi di quello che si è visto nel decennio appena trascorso. Le chitarre pestate sulle "power chords" come il metal moderno insegna cui si aggiunge il cantato di Chester Bennington, veramente dinamico nei toni, il rap di Mike Shinoda, lo scratch di Joe Hahn: 13 le tracce, delle quali una strumentale ("Session") e molte le hit, quelli che un tempo si chiamavano "singoli" (ed erano i 45 giri, bifaccia e bibrano) e che oggi altro non sono che i pezzi supportati dai videoclips. Ecco allora gli hit single: "Numb", "Somewhere I Belong", "Faint", "From The Inside" e forse ne dimentico qualcuno o qualcuno nel frattempo che scrivo si è aggiunto ("Easier to run"? ha comunque le carte in regola per esserlo).

Complessivamente il risultato è carino ed equilibrato con qualche episodio, come la stucchevole e inutile "Breaking the Habit" da dimenticare ma altri assolutamente notevoli, "Lying from you" su tutte. Chi ricorda il primo lavoro con più mordente ricorda bene, ma, si sa, gli esordi sono spesso così, meno levigati. D'altra parte se avessero fatto un doppione preciso di "Hybrid Theory" sarebbe stato un difetto (semprecchè questo lo sia) ben maggiore. Qui gli stilemi della band sono rimasti tutti e i fautori della teoria ibrida (tra l'altro "Hybrid Theory" è stato uno dei primi nomi della formazione californiana) proseguono imperterriti mettendo nello stesso frullatore generi nati diversi; il composto che viene fuori è un po' aspro, un po' dolce, un po' amaro.

Il retrogusto che rimane nelle orecchie del sommelier però è ancora una volta, e comunque lo si voglia di volta in volta chiamare, di buon vecchio R'n'R.