Pat Metheney, The way Up cd cover Artista/Gruppo: Pat Metheney
Titolo: The Way up
Web site: Nonesuch
Autore: Antonio De Pascale
Pubb. il: 16/10/2005
Copyright: Antonio De PAscale per www.music-on-tnt.com

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La recente produzione discografica di Pat Metheny, seppur eccellente dal punto di vista tecnico-esecutivo, probabilmente non brilla per originalità: il chitarrista del Missouri molto spesso batte le solite strade e ci fa ammirare i soliti, seppur affascinanti, paesaggi.

L’ultima sua fatica, The Way Up, invece, non solo interrompe questa tendenza, ma può essere considerata una pietra miliare nella trentennale carriera del chitarrista se non, a detta di molti, “il” suo capolavoro.

Ciò che subito salta all’orecchio è la struttura dell’opera: una trama lunga, senza soluzioni di continuità, 68 minuti (la divisione in copertina sembra puramente formale) sulla quale si dipanano mille tematiche e viene elaborata una quantità inusuale di materiale sonoro.

A presentare il CD (pubblicato per la Nonesuch, una etichetta che negli ultimi tempi “ha messo le mani” su musicisti davvero interessanti) c’è forse una delle cover più esplicative e “programmatiche” riguardo al contenuto musicale: un ”pieghevole” con, una lunga teoria/campionario di primi piani di pali (della luce, dei segnali, di legno, di metallo, colorati e non) che si susseguono da una foto all’altra tagliandole esattamente a metà e lasciando intravedere, solo sullo sfondo, comuni scene urbane.

Il disco denso di situazioni/soluzioni musicali ricercate, complesse ed assolutamente inedite, è giocato su un denso dialogo tra i musicisti e su un intreccio intrigato ed intrigante di suoni.
Tutto il lavoro è permeato da una tensione che trova sfogo nei frequenti cambi di ritmo e di paesaggi sonori e rilassanti rallentamenti e frenetiche accelerazioni si susseguono scanditi da una inesorabile ed a tratti ossessiva pulsazione di stampo prettamente reichiano.

Ho i ritmi e la musica di Steve Reich nello spirito” afferma Metheny, richiamando alla memoria la proficua collaborazione dalla quale partorì Electric Counterpoint ma, a rimandarci ad ambiti contigui allo sperimentalismo ed alle avanguardie elettroniche, c’è la cura estremamente raffinata e ricercata della tavolozza sonora e l’utilizzo in chiave minimalistica di campionamenti e di “rumori” vari.

Emblematico è il movimento centrale, coincidente con il terzo “brano” nel quale, come nella maggior parte del disco, viene superata la struttura (cara al jazz) melodia/improvvisazione: qui abbiamo un sound denso, di impatto, molto frontale ed avanzato, un flusso continuo e corposo che entra nella carne viva e la attraversa come il/i palo/i della cover attraversa/no le mille realtà quotidiane.

Questo disco è una protesta” afferma Metheny “contro un mondo nel quale la mancanza di sfumature e di dettaglio è considerata una cosa positiva, una protesta contro una cultura che valorizza tutto ciò che può essere consumato a piccole dosi, al disopra di ogni tipo di sforzo e di successo che può arrivare soltanto con una vita di lavoro e di studio”.

Ad accompagnarci in questa nuova avventura ci sono Lyle Mays alle tastiere, che per la prima ha volta ha anche affiancato Metheny in fase di ideazione e sviluppo del lavoro, il “solito” Steve Rodby al contrabbasso, un efficace Antonio Sanchez alla batteria, un inedito fiato in una formazione metheniana, il trombettista vietnamita Cuong Vu e gli altri nuovi “acquisti”, l’armonicista Gregoire Maret e Dave Samuels al vibrafono.