Moby hotel, cover del cd. Artista/Gruppo: Moby
Titolo: Hotel
Etichetta: BMG
Web site: www.moby.com
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Recensore: Giuseppe Moro
Pubb. il: 20/03/2005
Copyright: Giuseppe Moro per Music on Tnt

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Il capitano Achab fu trascinato negli abissi dall’odiata balena.

Metafora di fantasmi, ambizioni ardite, limiti umani e incubi e abissi psicologici, come l’autocarro di Duel per il protagonista del film di Spielberg.

A cosa serve tutta questa inutile premessa? Forse a niente, oppure chissà. Intanto serve a dire che il nipotino di Herman Melville, che fu chiamato come la mostruosa balena frutto della fantasia del suo avo, è di nuovo nei negozi di dischi (e in rete, piratazzi con benda e uncino che non siete altro) con questo “Hotel”. Due brani strumentali, l’Intro tutta synth di meno di due minuti e “Homeword Angel” che chiude il lavoro. Tra l’inizio e la fine c’è un oceano di roba, compresa l’irresistibile “Lift me up” (si, lo spot di Vodafone, che ci volete fare?) e sua sorellina (nel senso che è pronta per uno spot TIM o qualcos’altro) la bellissima “Raining again” che su un ritmo marziale innesta synth e chitarre a cascata.

L’occhialuto Moby sa come si confeziona una canzone pop perfetta, così come sapeva molto bene negli ultimi due dischi come conciliare il soul, il gospel, il blues con nuove tendenze ed elettronica.

Polistrumentista (suona dai bonghi ai campionatori e tutti gli strumenti a corda, cosa che fa anche su “Hotel” tranne che con la batteria) e piuttosto efficace dal vivo alla faccia di chi pensava che fosse un prodotto solo da studio e marchingegni, Moby ha la capacità di trovare le atmosfere e i suoni dentro le orecchie della gente. Dove le avete sentite “Slipping Away” con quel crescendo che vi trascina in un gorgo o “Beautiful” che potrebbe stare a far da colonna sonora in una moderna comedy americana?

Dappertutto e da nessuna parte.

Qualche riferimento si indovina (“Love Should” ha echi di Roxy Music, “Spiders” di Bowie, “Lift Me me” di new wave dai Depeche ai Bunnymen) ma resta in superficie e tutto sommato star lì a fare il gioco “cosamiricordacosa” è operazione abbastanza stucchevole. Il fatto è che “Hotel” trascina e non annoia, è vario, e in 14 brani (pochi per come il Prolifico ci aveva abituato) sa mantenere ben desta l’attenzione. A proposito di brani ha dichiarato che ne aveva ben 300 a disposizione (quindi ha dovuto scegliere…) e che esiste una versione Deluxe dove ve ne stanno un’altra decina abbondante. Su “Hotel”non c’è neppure il brano contro la guerra inciso con i Public Enemy (in quanti ci avrebbero rinunciato?).

Tralasciando i dischi dei primi anni novanta (“Everything’s wrong”, “Ambient” e il furibondo e atipico “Animal Rights”) il confronto diretto di “Hotel” è ovvio che si pone con i due precedenti, quelli del successo planetario: “Play” del 1999 e “18” del 2002. Il primo, con 10 milioni di copie e la testa della classifica in 20 paesi e quel mix incredibile di samples elettronici presi dal blues e dal soul è il disco sigillo degli anni Novanta , e quindi sta lì come un monolite. Rispetto a “18”, che nella sua maggior rilassatezza soffre solo dell’essere arrivato dopo “Play”, “Hotel” è più pop, un album tradizionale, con ballate soffiate, distante dagli umori dance da cui l’artista newyorkese proviene. Giusto “I like it” ha ancora quel tiro rave (ricordate il trip infinito di “Feeling so Real” di giusto 10 anni fa: coraggio, la fa ancora per chiudere i concerti) ma per il resto, ridotti quasi a zero anche i samples gospel e blues, “Hotel” sembra più introverso e intimo, con quel vago senso di estraneità tipico esentimentalmente riconoscente dei propri grandi amori: Ian Curtis e New Order, Bunnymen e Pixies. Nella moroderiana “Very” si affida, come ormai d’abitudine, ad una voce femminile (quella bellissima di Laura Drawn), altre volte canta in duo (nella raffinata “Dream about me”), qualche volta usa filtri (“Raining Again”) ma non spiace affatto quando non li usa, anzi ha una voce piuttosto calda (“Where you end”, “Forever”). Non vi erano dubbi che l’ex DJ (era il DJ resident al The Beat), ex punker (con Banned, UXB, Vatican Commandos), uno dei guru dell’hardcore dance, il convinto animalista vegano di New York avrebbe comunque fatto un bel disco, ancora, pur diverso, emozionale. In fondo sua è la frase che “Un bel pezzo di musica emozionale può cambiarti come essere umano”: quanto ha ragione lo sapete tutti che ve lo dico a fa?

Ha impiegato, come d’abitudine, due anni esatti dall’ultimo “18” ma ne è valsa la pena, l’hotel in questione è di quelli a cinque stelle, forse appena meno sorprendente rispetto ai lavori del passato ma… zitti tutti. In testa un certo rapper con la faccia da moccioso che si arrabbia tanto per nulla. Insomma se ci deve essere uno scontento è l’anima del segaligno capitano Achab cui “the little idiot” con quello pseudonimo continua a ricordargli l’orrido mostro che soffia a babordo e dentro ciascuno. Abbiamo cosi pure recuperato per un pelo della giacchetta un’introduzione nata monca. Ma che anche con la protesi rimanebrutta comunque. Peace.

P.S.: Occhio che il 1° giugno 2005 mister Richard Melville Hall dovrebbe essere, data unica in Italia, in concerto al FlipOut Festival di Bologna. Stay Tuned!