Artista/Gruppo: W. A. Mozart
Titolo: Don Giovanni
Etichetta: EMI
Collana: Il palpito dell'universo [qui maggiori info]
Periodo: Età di Mozart e Beethoven
Recensore: Maurizio Germani
Pubb. il: 19/03/2005
Copyright: Maurizio Germani per Music on Tnt

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Può un essere umano condurre un'esistenza dissoluta rimandando scientemente il pentimento sino agli ultimi istanti della vita terrena, e procurarsi ugualmente, la salvezza dell'anima?

Sebbene il Concilio di Trento (1545-63) avesse già sentenziato in merito negando la possibilità di una salvezza "opportunistica" in extremis, il tema rimase nelle prediche e negli insegnamenti ecclesiastici per decenni. Nel 1630, allo scopo di conferire maggior forza alle proprie predicazioni, il monaco Gabriel Téllez, detto Tirso de Molina, scrisse una commedia edificante dal titolo "El Burlador de Sevilla", in cui per punire un certo Don Juan Tenorio, gran peccatore, le potenze Celesti inviano sulla terra una statua con il compito di trascinarlo all'inferno. Nasceva il mito del dissoluto punito, un mito che sarebbe stato continuamente rielaborato dalle Arti, per i secoli a venire.

Dalla Spagna, il personaggio di Don Giovanni, varcò i Pirenei interessando la commedia popolaresca, dove trascurando il lato edificante l'attenzione fu puntata tutta verso i costumi sessuali del protagonista ed i lazzi del suo servitore. Un servitore questo che, pur presentandosi con nomi diversi: Leporello, Sganarello, Grazioso Catilinòn., è in fondo un parente assai prossimo di quel Sancio Panza consegnato da Cervantes all'immortalità.

Ma il mito del dissoluto punito finì per interessare anche grandi uomini di teatro, come Goldoni, de Villers, e, soprattutto, Molière il cui "Don Giovanni", dal 1665, non cessa di essere riproposto.

In diverse occasioni anche il mondo musicale ebbe ad affrontare il tema, in particolare è rilevante, per le vicende mozartiane, l'opera lirica "Il Convitato di pietra", di Giovanni Gazzaniga e Giuseppe Bertati, rappresentata a Venezia appena qualche mese prima dell'opera mozartiana e dal cui libretto, Lorenzo Da Ponte, il librettista di Mozart, partì per elaborare il proprio materiale.

Nel 1787, quando il Teatro Nazionale di Praga gli commissiona l'opera, Mozart (Salisburgo 27 gennaio 1756, Vienna 5 dicembre 1791) ha 31 anni ed è nella sua piena maturità artistica e, purtroppo, anche alla fine della sua breve esistenza.

In campo operistico ha iniziato a produrre quella serie di capolavori che lo pongono definitivamente (anche) fra i più grandi compositori d'opera di tutti i tempi: Idomeneo nel 1781, il Ratto del Serraglio nel 1782, le Nozze di Figaro nel 1786.

Ed è stato proprio lo strepitoso successo del Figaro a Praga a procurare a Mozart la commissione per il Don Giovanni.

Le Nozze di Figaro è la prima delle tre grandi opere ("Le nozze di Figaro", "Don Giovanni" e "Così fan tutte") ove si compie la collaborazione con Lorenzo Da Ponte (Vittorio Veneto 1749, New York 1838) dopo il fallimento del primo tentativo del 1783 con Lo Sposo Deluso, opera lasciata incompiuta.

Già con le Nozze di Figaro la coppia aveva mostrato tutto il proprio valore. Allora Da Ponte aveva fornito a Mozart un libretto brillante, arguto, spiritoso, satirico, e Mozart aveva portato il genere operistico al di là dei suoi limiti mettendo in comunicazione le diverse scene, le arie, i recitativi, con una coerenza tale da fornire un continuum che non s'era mai udito prima. La ricchezza dei temi, l'azione, la caratterizzazione dei personaggi che Mozart propone nelle Nozze di Figaro è qualcosa di assolutamente innovativo ed originale, ben al di là di ciò che nel libretto veniva modestamente definito, secondo tradizione, "opera buffa".

Con "Don Giovanni" la coppia si rimette all'opera e Mozart centra un altro capolavoro, forse ancora più stupefacente delle "Nozze" se si pensa che la trama o, per dirla con gli strutturalisti, la "fabula" è riducibile a quanto segue:

  1. Una città della Spagna: Don Giovanni s'introduce nella camera di una fanciulla allo scopo di sedurla, viene respinto e le urla della fanciulla richiamano il Commendatore (padre della fanciulla) che sfida Don Giovanni a duello e ne viene ucciso;
  2. Dopo qualche tempo, scoperto ed inseguito dai parenti ed amici dell'ucciso, Don Giovanni si rifugia in un cimitero, lì si trova di fronte alla tomba del Commendatore sormontata da una statua che lo rappresenta. Drammaticamente la statua si anima e parla predicendo a Don Giovanni la prossima fine ("Di rider finirai pria dell'aurora"). Per tutta risposta questi, sprezzante, la invita a cena a casa sua;
  3. La statua del Commendatore si presenta a casa di Don Giovanni, ma non per cenare, bensì per preannunciargli la morte imminente e chiedergli di pentirsi. Don Giovanni rifiuta e viene sprofondato nelle fiamme dell'inferno.

Due personaggi, per tre scene, più una fanciulla di cui si potrebbero udire anche solo le grida di aiuto. Tutto il resto dell'intreccio è, in certo qual modo, superfluo o, di contorno; ma proprio lì Mozart lavora per dare vita a straordinari personaggi: Donn'Elvira, Leporello, Masetto e Zerlina, Donn'Anna diventano "reali" e necessari non meno di Don Giovanni e del Commendatore. Autentiche meraviglie si snodano lungo le quasi tre ore dell'opera, come il minidramma familiare tra Zerlina e Masetto, o lo sviluppo del carattere di Leporello: il rapporto di amore-odio col padrone, l'invidia, la rustica saggezza, la tracotanza.

E Mozart scava nei caratteri dei protagonisti, usa la musica per dire l'indicibile, per farci ridere, per commuoverci o per farci rabbrividire di orrore, con una padronanza di mezzi che mai s'era udita prima. Un insieme perfetto dove l'orchestra è protagonista della vicenda, impersonando il ruolo di subcosciente dei personaggi umani, commentando argutamente le diverse situazioni, strizzando l'occhio al pubblico nel mettere in evidenza doppi sensi, caratteri, situazioni.

Nel futuro dell'opera, altri compositori abilissimi avrebbero dato all'orchestra questo ruolo di cassa di risonanza delle emozioni, utilizzando con grande genialità tecniche sempre più sofisticate, ma Mozart dà vita a un corpo unico dove musica, personaggi, e vita si mescolano in un insieme perfetto e inestricabile.

Mozart affronta il tema secolare del dissoluto punito da un punto di vista assolutamente nuovo: dramma giocoso lo definisce. E di dramma si tratta, un dramma dai ritmi febbrili, come febbrile è la vita del suo protagonista, cacciatore compulsivo di amori effimeri, come febbrile è la sua morte, segnata dal rifiuto della redenzione.

Don Giovanni temerario contendente della Morte, che rifiuta il pentimento anche quando il gelo che lo invade dopo il tocco della mano del Commendatore gli fa capire che il suo ultimo momento è giunto. Non una parola di ravvedimento. Eppure ha tutto il tempo di pensarci, sono 78 le battute dal tocco della mano del commendatore all'ultimo grido con cui Don Giovanni sprofonda nell'inferno.

Il Commendatore gli dà per quattro volte l'occasione di pentirsi e Don Giovanni risponde sempre più seccamente di no. Ultimi aneliti di vita di un uomo che fa uso del libero arbitrio sin oltre le soglie della vita stessa? Sussulto d'orgoglio della Ragione che non vuole cedere all'idea del soprannaturale neanche di fronte al mistero della morte? Ottusità di un peccatore che avendo rifiutato la luce della Fede vive nel buio anche i suoi ultimi istanti?

Non è certo questa la sede per discuterne, né io la persona adatta. Illustri critici e filosofi hanno scritto fiumi di parole sul Don Giovanni. Volevo solo, in questa sede, dare qualche spunto di riflessione.

Per quanto riguarda l'ascolto io non avrei dubbi nel segnalare come edizione ideale quella diretta da Carlo Maria Giulini nel 1959 per la EMI, con Eberhard Wächter nel ruolo di Don Giovanni, Joan Sutherland (Donn'Anna), Luigi Alva (Don Ottavio), Elisabeth Schwarzkopf (Donna Elvira), Giuseppe Taddei (Leporello), Piero Cappuccilli (Masetto), Graziella Sciutti (Zerlina), Gottlob Frick (Il Commendatore). Una edizione che classificherei come "definitiva", servita tra l'altro, anche da un'ottima ripresa del suono