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Jimmi Page Robert Plant, No Quarter copertina
Artista/Gruppo: Robert Plant/Jimmi Page
Titolo album: No Quarter  
Etichetta: Led Zeppelin  
Web site:  
Recensore: Antonio De Pascale

© A. De Pascale per http://www.music-on-tnt.com

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Consapevoli che il rock, per antonomasia, esprime il presente, "il qui ed ora" e deve essere consumato "fresco", noi rocchettari non perdiamo mai di vista le ultime tendenze musicali ma, al contempo, specie se apparteniamo alla categoria dei non più giovanissimi continuiamo (come si è potuto constatare nel live aid organizzato a seguito dei tragici fatti di New York) ad andare in visibilio con le "svisate" di chitarra di un pacifico "vecchietto" soprannominato Slowhand, ad emozionarci con le canzoni di Paul McCarthney, a commuoverci con le tristi ballate di James Taylor, ad esaltarci con l'Harlem Shuffle di Mick Jagger che, accompagnato da un cadaverico Keith Richards, intreccia le braccia e sgambetta (nonostante l'artrite :-)) da una parte all'altra del palco ed a farci travolgere dall'incredibile energia dei due ex Who Roger Daltrey e Peter Townsend.
Insomma, anche se proprio Peter Townsend, nel 1965 urlava "spero di morire prima di diventare vecchio", il Jurassic Park del Rock è più vivo che mai e ci coccola con una infinità di incisioni, ristampe, cofanetti, gadget, videoclip, concerti, tour ed intereventi negli show tv.
Normalmente i nostri amati brontosauri continuano imperterriti a riproporre i loro cavalli di battaglia senza modificare minimamente il loro sound e, se non fosse per qualche ruga in viso, i capelli bianchi (quando ci sono) e qualche maldestra acrobazia sul palco, si potrebbe pensare di trovarsi a bordo di una macchina del tempo.
Per fortuna non sempre queste esibizioni si riducono ad una piacevole ma fine a se stessa riproposizione di successi ormai di un'altra epoca e probabilmente il disco di cui voglio parlarvi, un live del 1994 di Jimmy Page e Robert Plant, ex leader dei Led Zeppelin, rientra in quest'ultima categoria.

Stranamente la mia passione per i Led Zeppelin nasce solo pochi anni fa complice, tra l'altro, la lettura di un gustoso libretto intitolato "Sandrino e il canto celestiale di Robert Plant", di Andrea Demarchi.
Difatti quando gli Zep erano in auge, (parliamo sempre di una trentina di anni fa), il sottoscritto era solo un ingenuo ragazzino perbene, loro invece "brutti, sporchi e cattivi", atteggiamenti (per quei tempi) eccessivi, da "maledetti", proponevano un rock, (che veniva per l'appunto definito hard) troppo rumoroso e spigoloso per i miei gusti.
Non c'era un gran feeling verso Led Zeppelin (ma lo stesso accadeva per Who, Deep Purple e compagnia cantante), tanto che le mie preferenze erano senz'altro rivolte alle atmosfere più tranquille e sognanti dei nascenti gruppi progressive.
Come dicevo, sebbene con ritardo, questa lacuna nella mia cultura musicale è stata per fortuna colmata e gli album fondamentali (Phisical Graffiti, Led Zeppelin I, II, III IV) sono tra i pezzi importanti della mia discoteca ma obiettivamente anche della Storia del Rock.
Brani come Moby Dick, The Song Remain The Same o Whole Lotta Love, seppure in tempi di scarsa diffusione mediatica della musica giovanile cosiddetta alternativa, (li ricordo in heavy rotation nella pionieristica Supersonic, la famosa ed unica trasmissione della radio dedicata al rock o pezzo forte dei piccoli "complessi" da garage), erano molto on air e sono rimasti, da allora, indelebili nella memoria collettiva della mia generazione.

Ritornando all'oggetto della recensione ed a tempi più recenti, un bel giorno scartabellando tra gli scaffali del mio spacciatore di dischi resto incuriosito da No Quarter, un live posteriore allo scioglimento dei Led Zeppelin (1994) registrato proprio dai due ex sopra ricordati.
Ho acquistato il cd convinto di portarmi a casa la solita trappola per nostalgici, l'ennesimo album - feticcio di vecchi standards riarrangiati alla buona: iniziato l'ascolto Nobody's Fault But Mine e Thank You mi lasciano un po' perplesso, No Quarter, il brano che dà il titolo al cd è sempre emozionante, ma niente di nuovo, soltanto le solite cose anche se ben confezionate.
Perplesso mi incuriosivano tra le note del booklet, i credits ad un non meglio identificato Egyptian Ensamble, ad un gruppo di Musicians in Marraketch ed alla London Metropolitan Orchestra quando, all'improvviso, un attacco in perfetto stile arabo di strumenti ad arco e poi un misterioso flauto (qui faccio ammenda della mia forte ignoranza in fatto di strumenti etnici) introducono una radicale svolta nelle atmosfere di No Quarter..
Mi ritrovo immerso in un ambiente musicale tipicamente orientale: Friends, si dipana su di un tappeto di percussioni e basso sul quale si innesta il riff eseguito dai medesimi strumenti ascoltati in apertura ed anche la seguente. City Don'T Cry si muove su un analogo tessuto sonoro al quale si aggiungono, in questo brano, i suggestivi contrappunti vocali di solisti arabi.
Since I've Been Loving You parte con il tipico intro di chitarra (Page) ed è arrangiata in modo più "occidentale" dalle sezioni di archi della London Metropolitan: è sempre il blues ispirato ed emozionantissimo a me noto, la voce di Plant è sempre da brividi come nei dischi di trent'anni fa, Sandrino direbbe "celestiale", io, invece, sono sempre più consapevole di quanto fosse fuori luogo la mia avversione per gli Zep!
L'attacco di una sorta di violino richiama le precedenti atmosfere orientaleggianti ed introduce una spettacolare versione di The Battle Of Evermore abbellita dai gorgheggi di Najima Akhtar e giocata sui ricami di mandolini tra i quali ci dovrebbe essere quello suonato da Page.
Si prosegue con una struggente Wonderful One caratterizzata dal fraseggio di esotici strumenti a corda e dall'andamento lento delle percussioni che fanno da sfondo alla splendida voce di Plant.
Ulteriore conferma dello stile inconfondibile di Plant la ritroviamo in That's The Way, una ballata di sapore country con tanto di banjo e nella travolgente Gallow's Pole nella quale si fondono incredibilmente influenze celtiche, country - western ed arabe.
Senza tentennamenti, si passa a Four Sticks, sempre tirata ed abbellita dagli eccellenti arrangiamenti in chiave orientale di percussioni ed archi ed infine arriva l'autentica ciliegina sulla torta, una superba versione di Kashmir (il brano meglio riuscito dell'album), con gli archi della London Metropolitan, le percussioni, gli assoli di violino di sapore tzigano a sottolinearne l'incedere ipnotico.
Cosa dire? Page e Plant, hanno creato un lavoro sicuramente originale ed intelligente perché sono riusciti a mantenersi lontani dai patetici toni celebrativi ricorrenti in tali occasioni.
Prima di tutto un disco di buona musica etnica, in un secondo momento realizzi che ci sono le più belle canzoni dei Led Zeppelin.
Grande assente in questa selezione è Stairway To Heaven ed a proposito di assenze un ricordo va al povero John (Bonzo) Bonham ed a John Paul Jones, quest'ultimo affaccendato in una discutibile esperienza discografica con Diamanda Galas.
I più maligni affermano che sia stato volutamente tenuto da parte per scoraggiare sul nascere eventuali voci o tentazioni di ricostituzione del gruppo (gli esperimenti alla Jurassic Park, per l'appunto!!).