Paolo Conte Copertina dell'album Elegia Artista/Gruppo: Paolo Conte
Titolo: Elegia
Etichetta: Warner Music Italia
Web site: www.warnermusic.it
Codice: 5050467575929
Recensore: Giuseppe Moro
Pubb. il: 17/12/2004
Copyright: Giuseppe Moro per Music on Tnt

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L'avvocato di Asti torna a noi e tutti apprezzano facendo fare al nuovo "Elegia" un balzo in avanti nelle maledette charts manco fosse Eamon. O, almeno, così pare. Non che la cosa sorprenda più di tanto. Paolo Conte ormai ha un pubblico vasto e affezionato, non più così di nicchia. Ovvio quindi che ogni suo disco abbia un riscontro solido anche in termini quantitativi.

Un pubblico maturo, attento, che ama quei ritratti in bianco e nero collocati in una dimensione atemporale, ma comunque della memoria. La voce roca e impastata, le atmosfere fumose e di luce fioca, i suoni jazzati da vecchio club, i riferimenti esotici, i ritmi tropicali, la provincia, l'umido padano e antichi odori: Paolo Conte dispiega la sua magia con fare sapiente, con movimenti lenti e garbati. "Elegia" è un lavoro raffinato e lussuoso fin nel minimo dettaglio, dalla copertina (in digipack, tutti i cd dovrebbero essere così, altro che custodie in plastica), alle note, al libretto con i testi.

Poi c'è la musica. Accompagnato da una formazione collaudata, dai fidi Max Pitz (come Conte chiama Massimo Pitzianti, sassofoni e clarinetto), Daniele Di Gregorio (batteria e percussioni), Daniele Dall'Omo (chitarre) e altri fior di musicisti, Conte regala 13 pezzi intensi di gusto retrò ma come può esserlo un pezzo di modernariato, una copertina del Corriere di Beltrami, una latta da reclame . Ma, a parte "Elegia", "Il regno del tango", "Sandwich man" e il divertissement tipicamente contiano di "La vecchia giacca nuova" che hanno un incedere più potente, nel resto del disco si privilegia l'introspezione vagamente malinconica, sussurrata, quasi flebile.

In buona parte dei brani (da "La casa cinese", a "Frisco", da "Chissà" a "Non ridere", alla bellissima "Bamboolah" con un baritono di Max Pitz da brivido) Conte si piega ancor più sul suo Steinway, le note sono accarezzate, la voce più roca, il disegno abbozzato.

Appare meno swingante e dinamico rispetto al passato: con "Elegia" Paolo Conte viene colto in un momento particolarmente riflessivo, più sul versante degli chansonnier francesi che sul jazz blues americano o delle suggestioni latine.

Ancora una volta però il cantautore astigiano si conferma come un unicum nel panorama musicale e ogni tentativo di, non di imitazione, ma anche solo di pallido riferimento ha risultati altrettanto pallidi. Qualcuno cita il teatrale Capossela, qualcun altro Cammariere. Ma chi lo fa forse non parla seriamente.

Poi ci sono i testi: letterari e nostalgici. A partire dal brano che prosegue la saga del locale così caro a Conte ("La nostalgia del Mocambo") le citazioni fanno pendant alla "passione per la musica di ruggine" (come dice nella title track): valigie di cartone e sofà di cretonne , gasometri, tangheri e bandoneon , decalcomanie e mondi coloniali.

Come sempre Paolo Conte anima foto virate seppia, scava in ricordi che abbiamo e fa affiorare memorie che non abbiamo, sfuma i contorni di un tempo rallentato e dilatato, avvolge come un film in bianco e nero.

Tutto con un garbo e un'eleganza, questa sì, fuori tempo in tempi urlati e maleducati.