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Artista/Gruppo: Artisti Vari
  Etichetta: P.O.T.A. records  
  Web site: www.potarecords.it/   
Recensore: Loris Gualdi

© Loris Gualdi per http://www.music-on-tnt.com

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  Pota: intercalare tipico del dialetto bergamasco. Casa discografica di spessore nell’ambiente punk/hc/ska core.

Per oggi decidiamo di prendere in considerazione solo la seconda definizione di P.O.T.A. vale a dire quella che si riferisce all’etichetta discografica nata grazie all’idea e all’intraprendenza di due ragazzotti, che dopo aver tentato la via dello stage, hanno deciso di realizzarsi dietro le quinte dello show business.
Stefano e Alberto sono i fortunati padrini di alcuni dei gruppi più interessanti del panorama underground musicale. Infatti i due caballeros hanno la ventura di avere nella loro scuderia cavalli di razza pura come i Gerson, L’invasione degli omini verdi e Bloom, affianco ai quali troviamo bands di belle speranze come Giorno di paga e I Ripetenti .


Il viaggio all’interno della P.O.T.A. records ha inizio con l’album “Ombre” dei “Giorno di paga” che dopo l'importante Split su K.O.B. Records/ Mad Butcher Records con i tedeschi Ex-Maquina ci propongono finalmente un full-lenght. L’album propone un iter trasversale che investe punk rock, come nella velocissima e brevissima “Vespero”, ska, presente in “knock out” e il cadenzato ritmo rocksteady, che proprio nella title track racconta le tristi ombre di una casa circondariale.
La completezza di questa band viene palesata al meglio in canzoni come “Sipario”, da cui trapela un’anima r’n’b, ma soprattutto nell’atmosferica e mesta “Clochard” che viene nascosta come ghost track; storia delle difficoltà e delle ingiustizie patite da un senzatetto, finemente raccontate attraverso la voce di un pianoforte che rabbiosamente lascia il posto ad un veloce e duro punk rock.
Il pregio dei “ Giorno di paga” è senza dubbio quello di offrire una musica tutt’altro che monotematica, come spesso accade nell’ambiente ska, e di regalare all’ascolto una serie di brani che si allontanano decisamente dalla banalità.


Quando ho inserito “Veniamo in pace” nel lettore dell’autoradio, durante un viaggio che mi portava verso il levante ligure, distratto dal traffico, mi sono stupito nel sentire i Bad Religion cantare in italiano; in realtà solo dopo alcuni istanti mi sono reso conto che a cantare “Giorni instabili” non era Greg Graffin , ma il vocalist de “L’invasione degli omini verdi”. Questa punk rock band, nonostante la poca esperienza alle spalle, riesce a concretizzare una serie di originali trovate musicali e liriche. Questo disco ha in se momenti di ottima musica, come gli splendidi giri di basso dell’interludio senza titolo, il puro punk rock di “ Non so perché” e “Libero”, le spruzzate di ironico ska in “Perù”, e l’incredibile ed inaspettata ballad finale “Cupido ha fallito un’altra volta”.
Un disco piacevole che propone testi intelligenti e ricercati che si accompagnano alla poliedricità musicale del gruppo, attraverso un viaggio malinconico (“Stella”), sarcastico (“Masturbati”) e poetico (“Solo te”), verso un’agoniata libertà e un ricercato senso di tranquillità che ritorna come leit motiv attraverso le dieci tracks di questo lavoro.

Uno strampalato messaggio telefonico (“tributo a Barcaro”) ci porta all’interno del mondo dei Sensa pudore che, dopo la breve punkettara “5°vertebra” e la sempliciotta “Rai”, si rivela ben presto caratterizzato da ben poca velleità artistica. A differenza di band come “Giorno di paga” e “ L’invasione degli omini verdi” siamo di fronte ad una miscellanea di liriche molto semplici, che hanno il pregio di presentarsi come “Happy punk”. Un disco che mira senza dubbio ad un target prettamente adolescenziale, non riuscendo ad andare al di là di certi limiti anche musicali. Forse con una formula di interpretato meno impostato e qualche testo un poco più forbito e profondo, si potrebbe pensare ad un’uscita dal ghetto scolastico. Tra i miglior brani di “…ci mancava solo l’alce!” ritroviamo la cover punk di “Go when the saints..” e “Il fluido di satomi” che oltre a ricordare il veloce cantato di “Furia cavallo dell’west” di Mal, ha il merito di offrire maggior spazio al basso di Matteo, troppo trascurato negli altri brani.
Quello dei Sensa pudore è quindi un disco un po troppo semplice ma….in fondo come cantano saggiamente i ”I ripetenti”. “hey tu è inutile che guardi quassù…sei attento a come suono, se con la voce stono, perdi il tuo tempo perché è solo un’altra canzone cretina, semplice e puro punk rock,…lo so che non è niente di nuovo, però io di certo non cambierò!”….ed è giusto così.

Occupiamoci ora proprio de “I ripententi” e del loro lavoro “Attacco nervoso”, un disco che si presenta al primo studio come molto curato, non solo per ciò che riguarda l’aspetto musicale, ma anche per la felice scelta d’artwork, che rende il libricino dei testi una chicca in più per un album che va oltre le aspettative iniziali. “Attacco nervoso” ha la capacità di fotografare le ossessioni e le nevrosi quotidiane dell’uomo medio: la libertà fagocitata dalla televisione, espressa al meglio in “videoipnosi”, l’inquietudine moderna della titletrack, e la sindrome da grande fratello raccontata in “nascosti nell’ombra”. Un insieme di buone canzoni che riesce da un lato a far sorridere come in “Miami beach”, in cui si racconta di un coatto californiano, ma dall’altro ha la capacità di far meditare sul tempo che viviamo. I brani che riescono ad emergere su tutti sono senza dubbio “Niente di nuovo” e “Canzone cretina”. La prima lirica, con il suo ritmo anni ’60, abilmente camuffato da punk rock, riesce in poche battute ad analizzare il riciclo generazionale di mode già viste e vissute. La seconda canzone citata ha in sé il grosso pregio di ironizzare sul punk in modo lineare e schietto accusando quel tipo di stampa incompetente, che finisce per ghettizzare questo tipo di musica.


Il nostro viaggio all’interno della P.O.T.A. records prosegue con l’originale split album che propone la sfida musicale tra gli olandesi The ex-president e gli italiani Bloom. Il disco, in collaborazione con la Kimera Records, altro non è che un compendio di hardcore old school venato di rap metal soprattutto per quanto riguarda la band nordica che ha l’onore e l’onere di dare inizio al disco con il ritmo serrato di “i.e.t.d.t.t.c.” in cui la voce di Willem sembra ricordare quella di Phil Anselmo dei Pantera. Nelle sonorità degli ex preseidenti emergono, non solo tendenze hip pop ma anche virtuosismi che nel mondo hc risulatano spesso superflui, ma che in questo caso fungono al meglio, come dimostrano brani come “ Dead president” e “ Wrong”.
I Bloom invece hanno in sé una predisposizione naturale al cosiddetto emocore, ricercando sonorità più estetiche senza però rinunciare alla grinta del punk hc come in “One for you” e “Cruel” in cui si può gustare la voce del bravo Guerro nel suo aspetto neutro. Lo split album viene inoltre impreziosito ulteriormente da Olly degli Shandon che appare come additional voice in “Teemou”.

Passato il giro di boa di questa escursione musicale, è giunto il momento di parlare dei Vadaviku che nascosti dietro ad un folle titolo “Le porno vacche d’assalto” propongono un punk rock tutto italiano. Il disco ha inizio con un geniale dialogo tra mucche, che neppure folli illustri come Freak Antoni avrebbe potuto pensare. Ma al di là delle fuorvianti premesse non siamo assolutamente di fronte ad una band di rock demenziale. I testi che il quartetto lombardo propone sono caratterizzati da una filosofia politicaly uncorrect. Esempi chiari di questa vena provocante si possono trovare all’interno di tracks come “Cani randagi”, “Pugni in faccia” e “Quante volte”. Se in alcuni casi i Vadaviku finiscono per cadere in un facile qualunquismo, dall’altro lato sono anche capaci di regalare liriche interessanti come “S.S.(stelle e strisce)”, un’invettiva antiamericana, che riesce con parole di spregio a rendere l’idea di un’america terrorista.


La P.O.T.A. records inoltre, ci propone dal suo catalogo anche una buona porzione di musica OI!
Degni rappresentanti di questo ruvido e disarmonico genere sono gli Inerdzia, che propongono con il loro “Tu puoi” una serie tiratissima di liriche, che come la migliore tradizione Oi impone, risultano imbevute di tematiche socio-politiche che fungono da scheletro portante. Una band tonicamente vicina ai quotatissimi Klasse Kriminale, grazie anche alla brava Eleneod, basso e voce acuta del gruppo. Una ricerca costante di sonorità classiche che riescono a svilupparsi al meglio intorno a quelle trame schiette e grezze che gli Inerdzia cercano di proporre al loro pubblico. Unico neo è probabilmente la scelta un poco forzata dei cori che probabilmente risulterebbero più funzionali se trattati con più convinzione e rabbia.


Siamo quasi alla conclusione di questo viaggio musicale che ci ha permesso di conoscere e di far conoscere alcune band di qualità che vivono al di sotto del comune circuito distributivo. Tra queste band ci sono i “Maradonas” che con una serie di brevi nu-punk tracks propongono un’insolita vena di ottimismo, allontanandosi da quel “no future” che Rotten e McLaren posero alla base del punk inglese, creando la filosofia dell’uomo visto come un semplice fiore nella spazzatura. E’ quindi buon merito di questa giovane band l’analizzare la realtà a prescindere da stereotipi dettati da questo genere musicale, dando vita ad un happy punk ancora troppo acerbo da poter giudicare con cognizione di causa. La strada è ancora lunga e interessanti brani come “Fantastica” e “Un solo errore” devono ancora crescere.

In ultimo eccoci di fronte alla punta di diamante della P.O.T.A records: i Gerson, quartetto tutto italiano capace di proporre una sonorità pulita, grintosa e di alta qualità, intersecata da testi curati e criptici.
L’album d’esordio è cantato interamente in italiano, coraggiosa, ma ben calibrata scelta, che sembra aver dato ottimi risultati.
Esempi di buona fattura sono senza dubbio “Sotto lo spot”, veloce ritmica speed, “Pony” storia di una rockstar inghiottita da una vita senza regole, e “Chihuahua” punk rock track strumentale.
Dieci canzoni urlate dalla splendida voce di Paolo, roca come quella di Lemmy dei Motorhead e potente come quella di Tom Araya degli Slayer. Un disco d’esordio che propone un rock and roll puro, base imprescindibile delle sonorità della band, misto a ritmi rancidi come in “Tieni le mani in vista”, e sexpistoliani come in “Troppo lontano per me”. Un lavoro meritevole ed accattivante che ha in sé un’insopportabile difetto….il dover aspettare chissà quanto per poter vedere pubblicato il loro secondo lavoro