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Radiohead copertina del cd Hail to the thief.
Artista/Gruppo: Radiohead
  Titolo album: Hail to the thief  
  Etichetta: -----------   
  Web site: www.radiohead.com  
Recensore: Loris Gualdi

© Loris Gualdi per http://www.music-on-tnt.com

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Per la prima volta dopo anni di straordinari successi, costellati da una attività live sorprendente, uno dei più apprezzati gruppi mainstream, tornano con un disco tutt’altro che originale. “Hail to the thief” ha da un lato il merito di essere figlio legittimo della straordinaria attività artistica della band, dall’altro ha il demerito di non riuscire a stupire e sconcertare i fans come era accaduto in passato con capolavori sui generis come “Ok computer” o “Amnesiac”. L’ultima fatica del gruppo britannico è da considerarsi inferiore solamente al loro recente passato e di certo non in riferimento alla banalità pressoché totale che le radio e le charts propinano agli ascoltatori.

Il bizzarro dipinto di copertina, rende metaforicamente l’idea di ciò che si sta per ascoltare, un insieme di note caotiche e frastagliate proposte in una razionalità naturale, che cerca di dare un idea di vita ripetitiva e problematica. L’album ha in sé una ricercatezza ossessiva di suoni elettronico-space, che emergono più volte in brani come ad esempio “Sail to the moon” e Backdrifts”.

Il primo brano, introdotto da un timido pianoforte ed un arpeggio sofisticato, narra, con la voce di un ispirato Yorke, trame vocali drammatiche e ricche di pathos che si legano in maniera del tutto armonica con il sound della seguente “Backdrifts”, che sfocia in un rumorismo soft, tipico della band. In molti brani di “Hail to the thief” emerge la metodicità di suoni ridondanti, probabile metafora di un mondo che ripercorre gli stessi errori del passato e ricade del vorticoso ripetersi. Esempi musicali di questo ricalcarsi sono “Sit down stand up” in cui il testo palesemente ermetico, porta con sé uno sguardo uguale a se stesso, come affetto dalla sindrome di Korsakoff. Un momento musicale schizzoide che ci imprigiona in un metodico pianoforte per liberarci illusoriamente e ritornare schiavi degli eventi.

In questa ultima opera della band emerge in maniera ancor più demarcata, rispetto al passato, la grande capacità drammaturgico-recitativa del front man che dimostra una incredibile verve attoriale, in molti episodi del disco. In tal senso il miglior esempio è “We suck young blood” che ricorda il gospel blues anni 50 dell’america nera, in cui la voce di Tom Yorke racconta in maniera sentita e coinvolgente la musicalità di una delle più coinvolgenti liriche dell’album.

Tra le tante tracks di “Hail to the thief”, il brano migliore sembra essere l’introduttiva “2+2=5”. La voce tesa e persa di Yorke, dapprima accompagnata da una ridondante chitarra, esplode in urla che ricercano una via d’uscita dal cupo stato d’animo che appare leit motive di tutto l’album.

Facendo un’analisi di questa sorta di compendio musicale, emerge una sensazione di deja-vu che mantiene in quota la band a livelli molto alti ma che purtroppo non riesce ad imprimere una propulsione adeguata a creare sorpresa e stupore per un prodotto che risulta essere un piccolo passo indietro dell’iter dei Radiohead.