Artista/Gruppo: The Servant
Titolo: The Servant
Etichetta: www.edel.it
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Recensore: Giuseppe Moro
Pubb. il: 03/04/2005
Copyright: Giuseppe Moro per Music on Tnt

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“Quel viso non mi è nuovo” diceva il principe.

Infatti il tipo che canta come in preda a crisi motorie è Dan Black, il dinocolato front-man già visto con i nostrani Planet Funk. The Servant è la nuova creatura a quattro teste, di cui una è proprio quella dell’evidente Dan.

Appena uscito, anzi appena sentito il singolo (Orchestra) i commenti partirono subito a mille, definendo The Servant il “gruppo dell’anno” o, i più cauti, “miglior esordio”. Arrivato l’album intero e sulla distanza di 11 brani qualche giudizio frettoloso è rientrato ma non sono mancate le conferme. Forse, come sempre, la verità sta nel mezzo.

The Servant (il nome è cinematografico, preso dall’omonimo film di Losey del 1963) è un bel disco, piuttosto efficace nell’accostare suoni acustici ed elettronici, con uno sguardo verso le melodie sbilenche di cantori come Syd Barrett, Robin Hickcock, Tim Buckey (…)e mantiene con rigore la strada tracciata da “Orchestra”. Un’empirica prova del 9? Si mette il disco sul piatto e si fa andare: praticamente se non viene voglia di saltare qualche traccia come, ahinoi, in tempi recenti accade fin troppo di frequente è un buon segnale. E Dio sa quante volte, per doveri recensori, ci si obbliga ad ascoltare pezzi insopportabili.

Qui no.

Gli umori lisergici presenti nel disco scorrono via piacevolmente, che siano ballate leggere come “Get down”, in “I can’t walk in your mind”, nella “blur-esiana” “Glowing logos” o che colorino episodi più articolati come “Body”, le psico - song “Orchestra” e “Cells”,“Beautiful Thing”, dai ritmi quasi funky o la nervosa “Devil”. E sono proprio queste ultime, più tese, che danno il tratto più caratteristico e distintivo dei Servant, una specie di marchio di fabbrica fatto di frammenti sintetici innestati su un tessuto acustico tradizionale.

Un trapianto che non da crisi di rigetto: su tutte “Cells” e “Liquefy” rendono bene l’idea. Per quanto molto gradevoli e “inglesi” le ballate invece non esprimono appieno le potenzialità, in termini di originalità, della nuova formazione di Dan Black. Tutto il lavoro è cucito per benino: tal Steve Dub il sarto, già nella boutique dei fratellini chimici come non sfuggirà ai più attenti.

In chiusura The Servant sono o non sono il gruppo rivelazione dell’anno? E il disco omonimo è o non è il miglior esordio dell’anno? Posto che saperlo oppure no sia davvero così importante bisognerebbe chiederlo a Babbo Natale, ma mancano ancora più di sei mesi…