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Peter Gabriel copertina dell'album UP
Artista/Gruppo:  Peter Gabriel
  Titolo album: Up  
  Etichetta:  Real World  
  Web site:  www.petergabriel.com  
Recensore: Alino Stea

© Alino Stea per http://www.music-on-tnt.com

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Amare un artista (come io amo l’artista Peter Gabriel) significa gustarsi sempre e comunque le sue nuove canzoni, ma non significa nè approvare acriticamente qualsiasi sua opera né, tantomeno, gridare al capolavoro ogniqualvolta esca un suo nuovo album.
Dico subito che “Up” è un disco rispettosissimo, suonato e cantato in maniera impeccabile, ma non è per niente un capolavoro, né tantomeno avvicina i veri capolavori dell’arte gabrieliana.
“Up” esce a distanza immemorabile (ben 10 anni) dall’ultimo album di studio (“Us” del ’92), non volendo tener conto del progetto parallelo “Ovo”, uscito nel 2000 e inteso come colonna sonora dell’inaugurazione del ‘Millennium Dome’.
Il disco ha avuto una gravidanza abnormemente travagliata, visto che, di “Up”, se ne cominciò a parlare nel ’96 (a fine ’98 l’uscita quasi certa fu bloccata a causa della quasi contemporanea pubblicazione dell’omonimo disco dei R.E.M.).
E questo, probabilmente, è il primo grosso difetto dell’album: una gestazione lunghissima, un accumulo sonoro poderosissimo (si parla di circa 140 tra tracce pronte e abozzi di canzoni!) che ha finito (ipotesi personalissima) per confondere le idee alla già vulcanica e iperattiva mente del nostro.
Alla fine di questo enorme, sfiancante, periodo di preparazione, l’ascolto del disco, come la lettura dei ‘credits’, come addirittura certe dichiarazioni di Gabriel, fanno pensare, in una maniera clamorosamente paradossale, ad ‘una messa in bella’ quasi frettolosa, sicuramente poco efficace, di buona parte delle dieci canzoni e dell’intero progetto.
Altri due difetti che, a mio parere, saltano agli occhi sono l’eccessiva (e, nella maggior parte dei casi, ingiustificata) lunghezza delle canzoni e la pesante verbosità dei testi.
I brani hanno una lunghezza media di quasi sette minuti che, in assenza di variazioni melodiche, armoniche o ritmiche nell’ambito dello stesso pezzo, francamente finiscono spesso per tediare.
Per quanto riguarda il versante testi, le immaginifiche metafore del Gabriel – Rael (dall’indimenticabile album dei Genesis “The lamb lies down on Broadway”) o i curiosi e intriganti simbolismi di “IV” hanno ormai da tempo lasciato il posto a interessanti, ma sovente lente e adinamiche, riflessioni sulla psiche umana e sul rapporto di coppia: in questo disco il motivo-guida è la paura, tutta umana, di vivere e i nostri sforzi di interagire con gli altri uomini per venirne fuori.
“Up”, nel bene e nel male, è un disco di Peter Gabriel, nel senso che il suo ‘imprimatur’ è chiaro e personalissimo: ma questa dote, che è propria solo dei grandi maestri (e non di tutti gli artisti), da sola non basta a farne un album memorabile: i veri capolavori della carriera solista del cantante di Bath (“IV” del 1982 e “Passion” del 1989) ebbero, nelle epoche in cui furono incisi, l’enorme, carismatico merito di aprire delle strade (a dire il vero ancora in parte inesplorate e questo la dice lunga sui meriti di precursore di Gabriel), in ambito rock, dove far convivere in maniera artisticamente felice e creativamente sublime i magici e sperimentali suoni elettronici e campionati con le suadenti e suggestive sonorità etniche provenienti dalle più disparate tradizioni musicali del mondo.
Da questo punto di vista “Up” sembra prendere le distanze da certe istanze ‘terzomondiste’ sia di “Us” che di “Ovo”, per concentrarsi maggiormente sulla ‘forma canzone’, sia pure filtrata da antichi echi elettronici provenienti da “III” (dell’ 80) e da “IV”.
L’esordio, francamente, è scioccante: ‘Darkness’ parte su un flebilissimo tappeto ritmico subito ‘violentato’ da stordenti e inusuali (per Gabriel) inserti rumoristici su cui si innesta una placida e meditabonda melodia gabrieliana.
L’ ‘oscurità’ iniziale pare promettere tantissimo, ma già il brano successivo, ‘Growing up’, rovina l’atmosfera con quel suo fastidiosissimo ritmo ‘dance’ a malapena mitigato dai tipici inserti tribali ed elettronici.
A seguire ‘Sky Blue’, un’efficacissima rielaborazione dello strumentale già presente su “Long walk home” (la colonna sonora del film “Rabbit-proof fence” pubblicata poco prima di “Up”). La musica si inerpica lungo un gospel liricamente padroneggiato dalla voce di Gabriel che ha il suo vertice emotivo nel commovente intervento del coro dei ‘Blind boys of Alabama’.
Un altro passo falso è ‘No way out’: ad una chitarra ‘slide’ trattata elettronicamente che sembra uscita da uno degli ultimi album dei Depeche Mode fa da contraltare una melodia debole tronfia di echi di un ‘gabrielese’ già sentito mille volte.
Il quinto brano, ‘I grieve’, è, al contrario, uno dei due picchi emotivi dell’album, pur se già conosciuto (sia pure in una versione leggermente diversa) in quanto presente nella colonna sonora del film “City of angels” del ’98.
Anche se il sottofondo ritmico e le inserzioni electro-etniche sono patrimonio conosciuto dell’arte gabrieliana, qui il tutto appare innervato da una struttura armonico-melodica più solida, da un testo più efficace e asciutto del solito e da un cantato decisamente emozionante.
Segue ‘The Barry Williams show’, scelto come singolo apripista. Effettivamente il brano, che ai primi ascolti lascia interdetti, è invece un efficace trailer non commerciale (una dote di “Up” è che, a differenza di “Us” e di “So”, non ha brani smaccatamente costruiti con l’intento di farne degli ‘hit’). Interessanti le inserzioni fiatistiche tra l’inciso e la strofa che sembrano richiamare, anche ritmicamente, certi passaggi sonori di Prince (il che non è necessariamente un difetto, anzi).
Seguono due brani francamente evitabili che non aggiungono nulla alla poetica di Gabriel: ‘My head sounds like that’, canzone sorretta sostanzialmente da una soffusa melodia pianistica che si avvita su se stessa senza evolversi mai e con degli interventi rumoristici abbastanza gratuiti e ‘More than this’, un brano senza inventiva e originalità che sembra quasi uno ‘scarto’ di “Us”.
Il secondo picco emotivo dell’album, e probabilmente uno dei capolavori assoluti del song-writing gabrieliano, è la successiva ‘Signal to noise’ (anche questo brano era già conosciuto dai più affezionati seguaci dell’ex leader dei Genesis in quanto presente in un ‘sampler’ della Real World risalente addirittura al ’96). La suggestiva voce (che si inerpica su scale capaci di frantumare la più rigida razionalità in una cascata di lacrime calde ed emozionanti) del compianto Nusrat Fateh Ali Khan accoppiata ad un cantato carico di tensione emotiva di Gabriel, il suggestivo tribalismo ancestrale della ‘Dhol Foundation’ accanto al maestoso pieno sonoro (in un’accoppiata inedita ma di grande efficacia artistica) della ‘London Session Orchestra’: qui tutto concorre a far sì che si tratti di un brano straordinario, epocale.
L’album si chiude in maniera sommessa, quasi naive, con la delicata ‘The drop’: gocce che cadono sul mondo quasi fossero lacrime che detergono la nostra sofferenza di essere uomini.
Che dire, alla fine?
Di questo disco mi colpisce (in negativo) la ridotta carica emotiva (i due picchi, come già detto, erano già conosciuti da anni) e l’incapacità di tracciare una strada sonora nuova.
Ma forse è pretendere troppo: Peter Gabriel ha già scritto da tempo le sue pagine migliori e sono pagine che resteranno.