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Copertina dell'album Wicked grin.
Artista/Gruppo: John Hammond  
  Titolo album: Wicked grin    
  Etichetta: Virgin   
  Web site: --------------   
Recensore: Giuseppe Moro

© Giuseppe Moro per http://www.music-on-tnt.com

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Il secondo John Hammond della storia musicale (il primo fu eminente talent scout della Columbia e tutti gli dobbiamo qualcosa) è bluesman duro e puro come un diamante, ancor più se si pensa che è bianco e abituato più alle luci di New York che all’umido del Delta. Però le frequentazioni serie con i musicisti neri e con la musica del diavolo questo producono.

Così, dopo aver interpretato praticamente tutti i mostri sacri del blues ed averne assunto l’intima essenza, eccolo alle prese con le composizioni di Tom Waits di cui è amico fraterno e del quale gode l’ammirazione più entusiasta. Anche perchè quando il primo “apriva” i concerti del secondo spesso rubava completamente la scena, con buona pace di tutti.

Cosa può accadere dal vivo, quando Hammond darà fuoco ai brani più “bluesy” del buon Waits, è persino difficile immaginarlo. Intanto però c’è quest’album di tredici brani grezzi e sozzi come pochi, gran parte presi dalla nota produzione del californiano autore di “Heartattack and Wine” (anzi c’è pure questa ed è bellissima) con qualche brano meno noto (“Buzz Fledderjohn”) e un paio di inediti: la dirompente “2:19” e la conclusiva “I know I’ve Been Changed” dove compare lo stesso Waits come seconda voce. Insomma, forse si è capito. Che se già gli originali erano roba per palati robusti, la cura di mister Hammond junior non ha fatto altro che renderli ancor più temibili.

E ingannatori.

Proprio perchè, tolto il rantolio della voce di Waits i pezzi sembrano più, come dire, godibili ma è solo un’illusione. In un attimo bruciano lo stomaco e danno vertigine come bourbon di qualità dannata: basti ascoltare l’andamento trascinato nella polvere di “Big Black Mariah” o di “Shore Leave” appena alleggerite da uno sbilenco organo suonato da Augie Meyers o l’ossessione da nightclub di “Clap hands” con l’armonica roca di Charlie Musselwhite (beh!) per rendersene presto conto.

E se “ ‘Til The money runs out” o “16 shells From a thirty-Ought Six” aprono spiragli per le danze non fidatevi troppo, rischiate di inciampare nel tavolato. Della sporca compagnia, oltre ai citati, anche il percussionista Stephen Hodges e Larry Taylor, un altro non proprio di primo pelo e dai lunghi trascorsi visto che suonava il basso nei Cannet Heat e che in “Wricked Grin” cadenza come uno spaccapietre da colonia penale. Un disco che potrebbe rivelare Johnny Hammond Jr. ad un pubblico più vasto proprio grazie al richiamo Waits. Corre dagli anni Sessanta e da 27 dischi il nostro: gli altri già sanno. Ma chi, non pago, vuole finire l’opera può sempre andare a leggersi i testi e immergersi nell’immaginario reale di Waits e delle sue storie di frontiera, tra donne e tipacci, viaggi e alberghi da un quarto di stella, illusioni e speranze affogate in un bicchiere.

Provate a mettervi la cravatta, dopo.