Jeff Beck Wired cd cover Artista/Gruppo: Jeff Beck
Titolo: Wired (1976) Rimasterizzato
Etichetta: ------
Web site: All music (riferimento).
Codice: ------
Recensore: Sabino Monterisi
Pubb. il: 04/07/2004
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Un caloroso saluto a tutti i lettori. Questa volta ci occupiamo di un disco che, pur avendo fatto il suo tempo, è rimasto fino ad oggi estremamente interessante, tant’è che ho dovuto comprarlo una seconda volta (avevo la copia su vinile…).

L’oggetto del nostro interesse è Wired di Jeff Beck, chitarrista caposcuola del tipico rock anni ’70, con la peculiarità di essere molto ossequioso del jazz.

Jeff Beck è un personaggio dal carattere poco incline al “commercio del successo musicale”. Pur avendo calcato le scene negli stessi posti e nella stessa formazione (Yardbirds) dei suoi diretti colleghi Eric Clapton e Jimmy Page, non ha riscosso lo stesso consenso commerciale e la sua produzione musicale ha visto fasi assolutamente altalenanti con momenti di totale assenza dalle scene. Se fosse stato un musicista mediamente interessante sarebbe stato dimenticato subito: al contrario, tutti gli attuali chitarristi di fama lo citano come uno dei principali interpreti dello strumento nei generi che più gli sono congeniali, il rock e le varianti intermedie con il jazz.

Tra le formazioni che lo hanno visto militare, sono da citare gli Yardbirds ed il Jeff Beck Group, con la pop star Rod Steward. Dopo una lunga pausa e qualche registrazione arriva il periodo creativamente più interessante, con l’incisione di Blow by Blow e di Wired, oggetto delle nostre odierne attenzioni. Ancora grandi pause e dischi come Guitar Shop e You had it Coming, dove interpreta un rock più duro, spigoloso, con suoni di chitarra sempre in evidenza ma più duri, taglienti. Una curiosità: Jeff Beck non si definisce un musicista, nonostante le major discografiche sarebbero disposte a strapagarlo per una sua session, bensì si dichiara “un professionista nella restaurazione delle auto d’epoca” che ha la passione per la chitarra.

Passiamo all’analisi del suo stile. Jeff Beck è un chitarrista come pochi: riesce a sintetizzare il suo messaggio musicale in pochissime note, impreziosendole dall’intenzione: tocco, vibrato, dinamica, leva, pensiero, cuore, ecc. ecc. Ovviamente, per la legge della compensazione, non è un grande improvvisatore, né un tecnico inteso nel senso tradizionale, non brilla per la composizione delle melodie né per la tessitura armonica dei brani (stiamo parlando di un musicista rock degni anni ’70). Ciononostante è un riferimento assoluto per ogni chitarrista, qualunque inclinazione musicale questi abbia. La sua grandezza è la sintesi dell’idea e la sua esposizione, la frase infilata tra un riff e l’altro, un trillo urlato o sussurrato.

Ed ora il disco, finalmente. Wired si compone di 8 brani. Led boots parte con un ritmo molto interessante, scandito da Narada Michael Walden, con Jan Hammer (autore delle colonne sonore originali della serie tv Miami Vice) all’unisono con Jeff Beck; il secondo brano Come Dancing sembra leggerino ma esibisce un bel solo di Jeff Beck dal surdimensionato suono ottenuto forse con un octaver. Il terzo brano è Good Bye Pork Pie Hat, composta da Charlie Mingus, meravigliosamente interpretato da Jeff Beck che caratterizza il tema e l’improvvisazione con le sue variazioni microtonali, con i suoi chiaroscuri e con gli efficaci passaggi dinamici dal pianissimo al forte. Può senz’altro considerarsi un ottimo esempio dello stile di Jeff Beck, come d’altronde il successivo Head For Backstage Pass, con il bassista Bascomb in evidenza e con Jeff Beck che si diverte ad interloquire con se stesso, durante l’esposizione del tema. Da citare rimane senz’altro Play With Me che conferma che Jan Hammer è un mancato chitarrista (per anni ho pensato che l’improvvisazione lì contenuta fosse suonata con una chitarra), ed un raro Jeff Beck alla chitarra classica in Love Is Green.

Ribadisco che nonostante i tempi siano cambiati, questo disco sia indispensabile per apprendere appieno che cosa significhi suonare con il tanto ricercato “feeling”. Peccato per la registrazione, che, ahimè, mostra molto ampiamente i suoi limiti, saturando in parecchi punti. D’altronde, sempre per la legge della compensazione, se c’è la sostanza, la forma lascia a desiderare…