The Doobie Brothers – World gone crazy – Recensione

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A fare la differenza, nella musica, non è sempre e solo il talento, ma piuttosto l’ispirazione e la giusta “chimica” che lega gli artisti che suonano insieme.
Se questo è vero in generale, ciò vale a maggior ragione quando una band storica, come i Doobie Brothers, cerca di riproporsi presentando un album nuovo di zecca a grande distanza dai propri “anni d’oro” e dopo diversi tentativi oggettivamente non proprio riusciti. Corre quindi l’obbligo di verificare se la line up sia ben assemblata per rimettersi in gioco, o se si tratti (come spesso accade) del’ennesima rimpatriata, organizzata al solo scopo di rimpinguare il portafoglio ormai esangue dei protagonisti.

Su questo aspetto vogliamo tranquillizzare i vecchi fan, in quanto l’operazione revival risulta ben riuscita e, se vorranno, potranno rivivere emozioni “non artificiali” attraverso questo “Mondo impazzito”. Il cd è ben diretto dal produttore Ted Tempelman, già “regista” della band americana sin dagli esordi nel 1971 e capace di firmarne gli episodi migliori (“The Captain and me”, “Stampede” e il best seller “Minute by minute” su tutti).

Proprio sulla scia della propria tradizione, il suono proposto è decisamente orientato al “car friendly”: rock orecchiabile da sentire (ad alto volume) allo stereo della macchina, senza mirare a chissà quali alti obiettivi comunicativi. Non siamo di fronte, cioè, a un gruppo che abbia mai sbandierato un suo schieramento etico o ambientalista, ma che ha semplicemente sposato quest’arte come puro entertainment.

Un esempio emblematico di tutto questo è rappresentato dalla seconda traccia “Chateau” che inizia con una chitarra elettrica “in prima fila”, alla quale ben presto ne seguono (diverse) altre ed un pianoforte deciso, di tutto rispetto, che fanno d’accompagnamento alla (ancora) corposa voce del cantante storico Tom Johnston, a quanto pare per nulla scalfita dal passare del tempo.

Citano se stessi, poi, con il “remake” (azzeccato) di “Nobody” (dal loro primo disco omonimo), scelto forse proprio per offrire all’ascoltatore un termine di paragone facile facile. Le chitarre acustiche e le pedal steel si mescolano con gli assoli elettrici, fornendone una versione fresca che di certo non sfigura con l’originale.

La prima ballata in scaletta “Far from home”, cantata dal sempre piacevole Pat Simmons, è un pezzo che definiremmo “solido”, impreziosito da un gustoso tocco di violoncello (suonato da Cameron Stone), e che resta uno degli episodi più interessanti dell’intero album (anche se, sia chiaro, non è né sarà mai una nuova “South city midnight lady). Altrettanto bello è l’altro pezzo mid-tempo, “I know we won”, cantato sempre da Simmons, ma in duetto con l’inossidabile e ormai onnipresente Willie Nelson (..ma con quanti artisti ha collaborato?).

Il credo della band, già evidenziato nella nostra introduzione, è tutto nel chorus di “Young man’s game” dove i nostri 4 amici respingono al mittente ogni tipo di critica a chi vuole farli passare per ragazzotti giocherelloni (“Rockin’ music makes us whole, it doesn’t matter if you’re young or old, they love to hear it on the radio, it makes the trouble away, i’ill tell you what don’t work for me, the crazy ideology that says playin that rock n’roll is just a young man’s game”). La risposta è molto semplice e diretta: “abbiamo già dimostrato di essere tutto il contrario proprio stando in pista da quasi 40 anni, suonando la nostra musica preferita” (“We got 30 long years of bringin’ people rock n’roll!”).

Non possiamo non citare, infine, “Don’t say goodbye” – a beneficio dei nostalgici (in parte, dobbiamo ammetterlo, siamo fra questi) del periodo qualitativamente e commercialmente più prolifico dei Brothers, dominato dalla figura di Michael McDonald come lead vocalist – nella quale l’autore di “What a fool believe” fa capolino da dietro le quinte (quasi come un cameo desiderato da anni) e ci fa pensare a cosa sarebbe stato questo disco se i vecchi amici si fossero accordati per un suo rientro a pieno titolo.

La speranza che ci ripensino, per un prossimo LP, resta e, in ogni caso, approfittiamo di questa nostra recensione per lanciare l’idea. Fino ad allora ci godremo questo più che dignitoso “World gone crazy”, ben consci che pur non essendo un capolavoro non resterà comunque sugli scaffali a fare la muffa.