Samaris “Silkidrangar”, recensione

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Raccontare il proprio mondo attraverso note estese ed idioma madre, rappresenta da sempre un’arte specialistica della cosidetta musica icelandic, da cui sono nate stelle come Bjork, Mùm e Sigur ros. A questo magico triangolo da oggi è necessario aggiungere il fatato mondo cantato dai Samaris, trio nativo di Reykjavik, dedito ad una curiosa mescolanza di alternative-triphop ed elettronica. Una sorta di sognante electro-pop raccontato il lingua madre per la Little Indian Records, label in grado di tracciare il dorato sentiero intrapreso dal giovane trio. Un incrocio delicato tra sonorità care alla prima Bjork, atmosfere nere e programming accorti. Infatti questo nuovo Silkidrangar pare voler restituire al continuum narrativo del trio una incremento estetico-tecnico di maggior risalto rispetto agli esordi, portando con sé un più intenso dettaglio espressivo ben metaforizzato dalla cover art di Frosti Gnarr. L’artista si dimostra, infatti, abile nel frazionare una realtà celata tra spigoli, luci e surrealismo. Una sorta di incrocio tra tradizione e futurismo, esattamente come l’impronta sonora che i Samaris riescono a definire attraverso nove tracce trasognati.

L’onirico mondo astratto dei Samaris ha inizio con Nótt , in cui vocalizzi Eniani si mescolano ad un viatico trip hop, ipnotico e reiterato, in grado di raccogliere le sensazioni attentive dell’ascoltatore, rapito inevitabilmente dal pattern minimale, incastonato tra la durezza linguistica, qui riverberata da impronte elettroniche abili a ridurre la dispersione. Il disco sembra volersi imporre, sin dal suo principio, attraverso una poetica sintetica ( Lífsins Ólgusjór) mescolata a rimandi nordici, inevitabilmente vicini ad intuizioni Bjorkiane. Un anima sonora che ritiene non voler dare punti di appiglio, ma al contrario pare inseguire sensazioni genuine (e a tratti visionarie), medicando le aperture sonore attraverso moderate andature electro-pop.

Tra i brani più intensi ritroviamo, di certo, l’intimismo nuvolare di Hafið, composizione lieve, i cui tenui cromatismi rimandano ad acquarelli d’autore, tra ombre e profondità. Il movimento sonoro occupa la distanza di ascolto attraverso la mediazione dei canali espressivi, pronti ad approcciare verso l’aurea cupeggiante di Hrafnar, delicato e gotico intarsio, non troppo distante da alcune imposizioni della nuova onda nera. Un magnetico viaggio tra antichi poemi, animati da echi e barbagli inquieti, pronti a trainare con ammaliante caparbietà note sperimentali. Un tappeto irreale che, con la sua diluizione reiterata, offre agli occhi una visione eterea dell’esistenza metodica; un incantevole gioco lineare, quasi geometrico, interposto tra regolarità espressive e vocalizzi evocativi. Le intuizioni ambient vengo poi riassestate attorno all’atto di chiusura ( Vögguljóð), sublime capitolo conclusivo, in cui tutte le sensazioni nate e vissute durante l’ascolto, sembrano ritrovarsi in un incavato e pressante luogo di decompressione, pronto a ristabilire una lieve ripartenza climatica. Infatti è proprio il suono del clarinetto a richiamare stimoli di apertura vocale, essenziale nel definire un sintomatico avviamento emozionale, al servizio di un disco ricco di onde imprevedibili.

Tracklist

Nótt
Ég Vildi Fegin Verða
Lífsins Ólgusjór
Tíbrá
Brennur Stjarna
Máninn Og Bróðir Hans
Þótt Hann Rigni
Hafið
Hrafnar
Vögguljóð