Shelly johnson broke my heart “Brighter”, recensione

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Questa settimana, per dare continuità alla nostra collaborazione con la (R)estisto distribuzione, ci occupiamo dell’interessante short playing di Shelly Johnson broke my heart, monicker wertmulleriano che nasconde dietro di sé un giovane terzetto nato nel 2009. L’ensemble riminese arriva alle stampe con questa ultima fatica, in cui le cinque tracce sonore si dipanano in maniera accurata ed artistica, in perfetta sintonia con la work art pittorica di Ilaria Scarpa e Fabio Lucchi, capaci di offrire uno sviluppo artistico ben assestato e in perfetta coerenza con l’anima SJBMH.

Le piccole narrazioni di Brighter richiamano da un lato lo shoegaze britannico di metà anni ottanta e dall’altro un indie pop modernista, assestabile tra accordi aperti e stratificazioni chitarristiche, figlie illegittime delle nuove ondate revival. Una musicalità che ben si sposa con la ricerca indistinta di vecchio e nuovo e di diversità e classicismo, filosofica base della Stop!records, label, spinta alla ricerca di autenticità compositiva.

L’EP riesce a definire una buona cucitura di intenti, grazie alle ospitate paritetiche di Bart, voce e chitarra dei Cosmetic, Fabio Celli dei Delay House e soprattutto sull’incantevole vocalità di Stefania Salvato prezioso valore aggiunto di questo micro album.

Ad aprire il disco è The boy and the pokey town, traccia iniziatica verso un indie pop caratterizzato da una disincantata sei corde, che definisce una visione sonora ottimistica ed allegra, tanto da richiamare alla mente i Cure di Wild Mood Swings e il Morrisery più spensierato. La track, al di là di qualche backvoice troppo forzata, ritrova nel suo sviluppo un groove gradevole e trainante, che matura in Hope like there’s no tomorrrow, annoverabile tra migliori episodi del disco, grazie ai suoi sentori Smoking Popes. Il brano è poi impreziosito dalla calda e piacevole voce di Stefania Salvato che veleggia in placebiane note cortesi.
Se poi talvolta i volumi sono definiti in maniera non troppo affinata, è anche vero che il lavoro di arrangiamento avrebbe potuto essere maggiormente trattato come dimostra l’anello debole di A Lullaby, in cui le sonorità si perdono in facilonerie compositive di misurato rilievo.
Grazie però al buon uso della distorta chitarra diluita e ad una convincente linea di risveglio sonoro, con Red sun/black sand si ritorna su di un circuito ben oliato, tra verdeniane esplosioni di note dalle buone prospettive.

Un album che al di là degli intenti iniziali, volente o nolente riesce a ricreare sapienti sinapsi sonore ricreabili sullo sfondo di diversificati orizzonti sonori…una band da tenere sotto un’accorta lente di ingrandimento…ma solo se finalmente arriverà il full lenght. Rimaniamo alla finestra in paziente attesa.