Sola Akingbola – Routes to Roots

copertina di Routes to Roots

La voce dell’Africa è prima di tutto quella dei temburi. Durante la colonizzazione il suono dei tamburi era spesso osteggiato dai dominatori europei soprattutto perché in Africa il tamburo parla, utilizzando un linguaggio segreto attraverso il quale possono essere trasmessi messaggi e informazioni anche a distanza di chilometri. Inoltre il tamburo è il suono della tradizione, e in qualche modo è il simbolo dell’identità e dell’orgoglio etnico.

Se le ensamble di percussioni e voci sono diffuse in tutta l’Africa sub-sahariana, esistono alcune tradizioni che hanno fatto della musica per sole percussioni un’arte particolarmente ricca e profonda, e tra tutte occorre citarne almeno due: la mandinka e la yoruba.

Gli yoruba vivono oggi soprattutto nell’area sud-occidentale della Nigeria, nel Benin e nel Togo. La loro ricca cultura musicale, che ha dato origine ad alcuni tra i più importanti fenomeni musicali provenienti dall’Africa, come l’afrobeat, il juju e il fuji, è anche una delle radici della moderna musica cubana e brasiliana ed è fondamentalmente basata su una varietà di strumenti a percussione e sulla classica forma di canto a chiamata e risposta.

Routes to Roots è musica tradizionale yoruba di percussioni e voci, senza l’aggiunta di alcun altro suono. Il fatto che Sola Akingbola sia anche percussionista nei Jamiroquai è soltanto un caso, una informazione che serve a publicizzare un disco che potrebbe essere giudicato poco attraente per la massa dei consumatori nostrani di musica. In effetti Routes con i Jamiroquai non c’entra assolutamente nulla. Gli ispiratori di Sola sono la musica apala di Aruna Ishola, riverito precursore della fuji music, e lo sperimentatore Gaspar Lawal, che durante gli anni ‘70 pubblicò in Inghilterra alcuni dischi di musica popolara basata sui ritmi tradizionali yoruba e con il quale il giovane Sola ha suonato agli inizi della sua carriera.

Il tamburo principale delle ensamble yoruba è il dundun (che non ha nulla a che fare con il dundun dei mandinka), detto anche talking drum in quanto è in grado di modificare il timbro attraverso una pressione sulle corde che tendono le due pelli ai lati opposti del fusto a clessidra. Suonati con una bacchetta ricurva, i dundun yoruba possono essere di diverse dimensioni. Il dundun piccolo è chiamato Gangan ed è simile al tama dei mandinka e dei wolof, mentre quello grande è chiamato Iyaalu, il tamburo madre, e caratterizza forse più di ogni altro la musica degli yoruba. I dundun parlano davvero, nel senso che chi conosce quel linguaggio può trasmettere o ricevere informazioni.

I tamburi Bata sono normalmente tre o sei, hanno una doppia pelle su un fusto conico e vengono suonati con una mano sul lato più largo e con una bacchetta di pelle dura e secca sul lato piccolo. Il Bata è tradizionalmente usato nelle cerimonie tradizionali, come quelle in onore degli antenati, e proprio per il loro stretto legame con la religione originale che sono sempre meno utilizzati e rischiano di scomparire in una Nigeria sempre più cristiana e mussulmana. Il Bata più grande è detto Iya, madre, il medio è l’Omele Abo, il figlio forte, mentre il più piccolo è chiamato Omele Meta, il terzo figlio forte.

I tamburi Sakara, il cui nome originale era Orunsa, sono formati da una pelle di capra montata su un vaso d’argilla, provengono dalla tradizione islamica e venivano suonati soprattutto durante il Ramadam. Anche i Sakara, resi famosi durante gli anni 50 da Yusuf Olatunji, possono modulare il suono esercitando una pressione con il pollice sulla pelle mentre viene percossa con una sottile bacchetta impugnata con l’altra mano.

Tutti e tre i tipi di tamburi, oltre a campane, shekere e al tamburo basso detto Bembe, sono rappresentati nell’album di Sola. Sulla terrificante e irresistibile trama delle percussioni si inseriscono le voci, che nei brani dedicati a Osun, la dea della fertilità, possono essere persino femminili. La musica yoruba è all’origine musica spirituale, e i testi sono in alcuni casi antichi, tratti dall’epopea orale di Olodumare e delle divinità Orisha, cantati in yoruba ma tradotti nel libretto in inglese e tedesco da professori esperti.

Assieme ad Apala Music di Aruna Ishola, Routes to Roots è davvero uno dei dischi di percussioni yoruba più belli, rispettosi e ben realizzati che abbia mai ascoltato. Non è mai fastidioso, come accade per certi album fuji quando irrompono gli improbabili suoni provenienti da vecchi organi elettrici, non è monotono, la registrazione è tecnicamente impeccabile e il libretto contiene informazioni difficili da reperire altrove. Ovviamente è un album assolutamente consigliato per chiunque ami la musica per percussioni, ma, grazie alla ricchezza dei suoni e alla complessità dei ritmi, può essere apprezzato anche dai non percussionisti.

Brani:

1. Ninu Opon Ori Tiwa (Il nostro destino è nel vassoio)
2. Olukumi (Amici miei, dedicato ai figli yoruba a Matanza, Bahia, Puerto Rico e Trinidad)
3. Enia Lasoo Mi (La gente sono i miei vestiti)
4. Ifanla (Ifa è infinito)
5. Ori Ni Kan (Ori è il solo ed unico)
6. Witch Dance
7. Seegesi Olooya (Preghiera per Osun)
8. Boya Iro Ni (Hanno detto bugie?)
9. Kulumbu Yeye (Preghiera per Osun)
10. Ojo To Wa Ninu Ose (giorni della settimana)
11. Are Orunmilla (indovinello di Orunmilla)