From progressive to revelation: la storia dei Genesis capitolo 5

NULL

Il secondo capolavoro:
‘l’agnello di Broadway’
In quest’atmosfera (contraddittoria, ma affascinante allo stesso tempo) i Genesis (e segnatamente il cantante) si imbarcano nella loro avventura più complessa e complicata, musicalmente e liricamente parlando: la realizzazione di un ambizioso concept-album doppio, THE LAMB LIES DOWN ON BROADWAY, edito nel novembre del 1974.

Questo disco, famoso e controverso, rimane, comunque lo si giudichi, un’altra enorme pietra miliare (forse l’ultima, da un certo punto di vista…) dell’arte dei Genesis: profondamente diverso (segno di grande intelligenza e lucidità artistica) dal suo spettacolare predecessore, THE LAMB è veramente la summa (con tantissimi pregi e qualche difettuccio) del suono genesisiano ed è il geniale commiato della loro classica formazione a cinque.

Il disco ha una genesi alquanto travagliata, in quanto, all’inizio dei lavori di stesura, Gabriel viene contattato dal regista de “L’esorcista”, William Friedkin, il quale, avendo letto la storia (che narra la surreale vicenda di una ragazza in una metropolitana) scritta dal cantante sul retro della copertina dell’album LIVE, gli chiede di scrivere la sceneggiatura per il suo prossimo film.
Gabriel, da sempre attratto dal mondo dell’arte visuale, coglie l’occasione per esprimersi compiutamente al di fuori del gruppo e accetta.
Questo porta ad una gravissima incrinatura dei rapporti tra il cantante e gli altri membri, frattura a stento ricomposta dal capo della Charisma, Stratton-Smith.
Trovato un precario punto di accordo (e, probabilmente, tiratosi indietro il regista americano), i cinque riprendono a lavorare sul progetto del disco, portandolo a termine.

Abbiamo parlato di concept e infatti i brani sono uniti, nel loro dipanarsi narrativo, da una storia ad essi sottesa: è la vicenda, ambientata oniricamente a New York e piena di implicazioni metaforiche a livello mistico, psicanalitico e sessuale (non sempre chiarissime, per la verità), di Rael, un ragazzo portoricano, ‘l’agnello di Broadway’, appunto.
Gabriel pretende di scrivere da solo la storia (che, addirittura, con un gesto poco cortese nei confronti dei suoi compagni, copre con il copyright) da cui poi sono tratti i testi delle canzoni – storia che, in forma di racconto iterativo, fa parte integrante dell’album.

Dicevamo che la forza visionaria, onirica e simbolica delle immagini evocate da Gabriel nella storia non sempre trova un chiarissimo riscontro nei testi delle canzoni (comunque sempre suggestivi), ma questo è, probabilmente, dovuto anche alla fretta con cui i nostri sono costretti, per rispettare gli impegni contrattuali e quelli live, a mettere tutto su disco.
Anche l’ambientazione narrativa non mi convince del tutto: allo struggente romanticismo lirico-musicale tutto anglo-europeo dei dischi precedenti, subentrano composizioni dove, mentre la parte musicale, sia pur indurita e più aspra in taluni punti, mantiene saldissimi punti di contatto con le scansioni progressive, la parte lirica sembra spesso un corpo estraneo, perlomeno in quel contesto musicale.

Il disco è doppio un po’ per la lunghezza della narrazione, un po’ perché realizzare un album doppio, all’epoca, significa chiedere la consacrazione, lo status di stelle del rock: l’ascolto odierno, dove mi sforzo di bilanciare la passione del fan con la presunta oggettività del critico, mi porta a pensare che una minor quantità di brani e una lunghezza più misurata avrebbero giovato al risultato complessivo, che è già, comunque, di altissimo livello.
Pesano soprattutto alcuni strumentali che, incaricati, a seconda dei frangenti, di caricare o allentare la tensione narrativa, paiono invece, il più delle volte, dei riempitivi (splendida eccezione è la misteriosa e inquietante “The waiting room” – non a caso pubblicata su singolo in una versione dal vivo intitolata “Evil jam”).

Queste osservazioni sono, comunque, dettagli in uno stupefacente mare magnum: a mio parere THE LAMB LIES DOWN ON BROADWAY rimane, soprattutto sotto l’aspetto musicale, un album memorabile che denuncia una creatività ancora intatta e, anzi, ancora estremamente rigogliosa (sia dal punto di vista melodico che da quello degli arrangiamenti, suggestivi e innovativi), assieme ad una voglia prepotente di continuare a ricercare e a sperimentare.

Parlando dei singoli brani, i più efficaci sono la storica title-track (come si fa a dimenticare l’ottimo intro in crescendo di Banks?), manifesto di intenti dell’intero disco (assieme alla sua malinconica riproposizione verso la fine, “The light dies down on Broadway”); le dinoccolate “Cuckoo cocoon” e “Counting out time”; la spettacolare “In the cage” (claustrofobica, ma affascinante come poche, con il suo incedere rutilante e senza respiro); la trascinante “The grand parade of lifeless packaging”; la splendidamente ossessiva e dissonante “Back in N.Y.C.”; la dolcissima, indimenticabile, commovente “Carpet crawlers” (altissima, celestiale melodia con i suoni morbidamente calibrati); la maestosa “The chamber of 32 doors”; la già citata “The waiting room”; le tristissime (ma limpidissime dal punto di vista sonoro) “Anyway” e “The lamia”, la suite “The colony of slippermen”, il liberatorio ma enigmatico finale di “It”.

L’uscita dell’album è accompagnata dal canonico tour (con la riproposizione integrale di THE LAMB), durante il quale Peter Gabriel rende nota la decisione, già nell’aria e ormai irreversibile, di voler lasciare il gruppo.
Gli altri quattro, preso atto dell’ineluttabilità della cosa, pregano comunque il cantante di tenere segreta la decisione, almeno fino alla conclusione delle esibizioni dal vivo già programmate (maggio ‘75): qui si dividono le strade di Peter Gabriel e dei Genesis.
Il cantante proseguirà, dopo qualche incertezza iniziale, con una carriera ad altissimo livello che lo vedrà impegnato in molteplici e multiformi direzioni, quanto ai Genesis…