The piper on the moon: la storia dei Pink Floyd capitolo 1

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Avevo 15 anni quando conobbi i Pink Floyd.

Ero a casa di un amico ad ascoltare musica, quando lui, ad un certo punto, se ne uscì con un disco appena comprato, doppio, con una strana copertina che riproduceva un muro, tessendone le lodi.
Io mi ero avvicinato alla musica da circa un paio d’anni, ma ciò che mi attraeva, all’epoca, erano solo i testi dei cantautori italiani – De Gregori, Vecchioni, Dalla, Venditti, Guccini, Finardi, Bennato, De André – : di musica straniera ero completamente a digiuno.

Cominciai, molto scettico, ad ascoltare quel disco e, pian piano, ricordo che la sua atmosfera iniziò a penetrarmi in profondità: per me era un mondo sconosciuto, misterioso, ma, da subito, mi sembrò oltremodo affascinante.

Quel disco, THE WALL ovviamente, debitamente registrato su una cassetta dall’amico complice, cominciò a essere parte integrante dei miei studiosi pomeriggi liceali, alternato, ricordo bene, a REGGATTA DE BLANC dei Police e a una miscellanea dei primi Genesis, sempre registrata da un altro amico compiacente.
I passi successivi furono l’acquisto di THE DARK SIDE OF THE MOON e di WISH YOU WERE HERE: avevo sentito parlare di questi dischi come di capolavori sempiterni e la riprova – un ascolto estatico – fu che mi innamorai definitivamente dei Floyd, del loro pathos, dei loro effetti speciali e della chitarra di Gilmour.

A quel punto (questo l’ho sempre fatto e lo faccio ancora con qualsiasi artista io entri in contatto) cominciai a raccogliere informazioni sulla discografia di questo – ancora misterioso – gruppo inglese e scoprii che gli intenditori parlavano in termini lusinghieri del primo, stranissimo, album scritto da uno che poi era diventato pazzo e in termini ancora più riverenti di due altri dischi, UMMAGUMMA e ATOM HEART MOTHER.
Me li procurai, li ascoltai, li ascoltai ancora, ma il tutto mi lasciò interdetto: ‘capolavori questi? ma se sono ammassi di suoni strani che non mi dicono niente’, pensai, e tornai a rincantucciarmi tra “Shine on you crazy diamond”, “Us and them” e “Hey you”.

Di psichedelia, di progressive e di tanto altro ancora non sapevo proprio nulla e perciò, quegli album, nel frattempo messi da parte, avrei imparato ad apprezzarli qualche anno dopo, una volta capito che, in una canzone o in un disco, non è sufficiente, per decretarne la bellezza, la presenza di una melodia piacevole e orecchiabile, ma bisogna andare più in profondità, molto più in profondità.

Intanto mi aveva colpito molto la storia sottesa a THE WALL, questa sorta di continuo confronto/scontro tra il microcosmo che siamo noi e il macrocosmo che, per intero, ci circonda: questo perverso meccanismo dell’alienazione che, non lo sapevo ancora, tanta parte avrebbe avuto (Marx docet) nella mia formazione culturale.
Addirittura ricordo che utilizzai, rielaborate, parti della vicenda di Pink (il protagonista della storia) in un compito in classe di italiano e il risultato (grazie, Waters!) fu strepitoso.
Ricordo ancora (era l’autunno dell’82) quando andai al cinema a vedere il film THE WALL: che spettacolo di suoni e di immagini, una pellicola totalmente priva di dialoghi, eppure di una potenza declamatoria così forte!

Come avrete capito, devo molto a questo gruppo (in termini di sviluppo e affinamento della mia sensibilità musicale e del mio amore per le sonorità rock in senso lato) e vi prego, perciò, di leggere questo testo come una sorta di sentito ringraziamento a Roger Waters, David Gilmour, Rick Wright, Nick Mason e, last but not least, a Syd ‘diamante pazzo’ Barrett.