Statuto

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Era probabilmente il 1992 quando vidi gli Statuto per la prima volta da vivo. Ricordo che qualcuno dei miei compagni di liceo affermava con spocchiosa saccenza, che la band su quel piccolo palcoscenico sarebbe stata un’ennesima meteora della musica italiana. Oggi, anno domini 2007, posso dirmi compiaciuto del fatto che la mia infatuazione musicale di allora per la band torinese, non sia stata dettata da un momento fugace. “Come un pugno chiuso” è infatti il dodicesimo album degli Statuto.

Rispetto a opere precedenti come l’ormai cult “Zighidà”, oppure il portentoso “Sempre”, quest’ultimo disco possiede un’ascoltabilità meno immediata. Necessita di una maggiore attenzione, ma vi assicuro che una volta entrati nel Northern soul è ben difficile uscirne. Il disco conquista e convince, nonostante qualche piccolo neo.
L’album, strano a dirsi, non ha inizio con la track numero uno, ma vive il suo incipit all’interno del booklet, con una deliziosa introduzione letteraria di Giuseppe Culicchia, autore di “Tutti giù per terra”, “Ecce Toro” e molti altre opere. Nella sua overture Culicchia offre una breve e gustosa descrizione dell’essere Mod, omaggiando al contempo uno dei “miglior gruppi dell’umanità”.

Le 14 tracks si nascondono dietro ad un chiuso pugno nero, simbolo che richiama, per la sua costruzione grafica, la pop art warholiana, però non applicata a simbologie politiche, ma bensì a quel movimento musicale e culturale conosciuto come Northern soul. Infatti 13 canzoni di questo nuovo album altro non sono che un omaggio a tutto quel mondo che decise di mettere da parte la psichedelia per l’uptempo, arrivando in Italia con una quindicina di anni di ritardo rispetto alla swinging London.
Le canzoni scelte dagli Statuto sono piccole gemme di quel cosmo, riadattate con nuovi testi, rigorosamente in italiano. Le storie narrate rappresentano una sorta di compendio Mod, descritto da un intelligente miscellanea di musicalità soul, ska e a tratti rocksteady con tematiche d’attualità mai banalizzate.

L’album si apre con l’unico inedito del disco “Se tu se lei”, un classico sound Statuto, effervescente storia d’amore che racconta l’innamoramento cadenzato dai fiati precisi e incisivi. Sin da subito, infatti, ci si rende conto di come l’apporto della sezione di fiati abbia un’importanza primaria, forse eccessiva, visto che in alcuni brani finiscono per soffocare voce e strumenti, non riuscendo a valorizzare il quintetto d’archi che oSkar e soci hanno voluto per riprodurre più fedelmente le sonorità del soul.

Per arrivare al primo ritmo in levare, dobbiamo passare attraverso l’eclettico pop di “Per la vita”. Difatti, il primo accenno Ska lo ritroviamo in “Sempre insieme a te”, originariamente “At the discoteque”. Il brano riporta in auge una delle trattazioni classiche della band, il mondo ultrà. L’amore per il Toro è sempre molto presente nei testi degli Statuto, esiste un legame forte ed indissolubile con la curva Maratona, un rapporto genuino e sincero, che solo chi vive il mondo del tifo può capire fino in fondo. Purtroppo non posso di certo condividere il loro amore per il granata (io sono di un’altra parrocchia più colorata), ma non posso negare l’emozione che questa tipologia di brani suscita nell’introiettare i miei colori.

Tra i brani che meritano menzione non si può non considerare “Alta velocità” e “Non hai bisogno”. La prima, si presenta come un “J’accuse” sul discusso progetto Tav, definita dalla penna di Giammarinaro come “un treno che non porterà alla vera felicità”. L’intro alla Green day ci trasporta tra ritmiche veloci in cui Naska da il meglio di se. Il secondo breve brano “Non hai bisogno”, invece, riesce, con prodigo sarcasmo, a descrivere il modus vivendi di molti figli di papà, che si travestono da alternativi, parlano di proletariato, occupazioni e sciopero ma poi tornando a casa si ritrovano in una villa con la servitù e l’automobile da 60.000 euro. La canzone cresce alla distanza come un piccolo inno dei salariati contro all’iprocrisia dettata dalla noia.

Mi rendo conto che quando scrivo degli Statuto, le parole arrivano fluide e copiose, mi volto indietro e vedo di aver già superato le seicento parole e quindi mi vedo costretto a chiudere il pezzo, ma non prima di dire grazie alla band per aver regalato alla mia città una tra le più belle canzoni dedicatele: “Città superba”. Le sue venature r’n’b, mescolate a soul e swing, raccontano attraverso una visione inusuale, una Genova in cui “Comanda il mare”, una città in cui “ c’è tutto il mondo, basta cercare e lo troverai”, una città in cui “se t’innamori poi da qua non te ne andrai…”.

Tracklist:

01.Se tu se lei
02.Per la vita
03.Sempre insieme a te
04.LIbertà
05.Come un pugno chiuso
06.Non è il tempo
07.Alta velocità
08.Se questo è l’amor
09.Città superba
10.Non voglio scordarti
11.Non hai bisogno
12.Il padrino
13.Tocca a te
14.La casa per me