“Black Metal Compendium”, recensione

bmc.jpg

“Negare il modo di suonare imperante, negare le etichette discografiche, negare la stampa di settore […], negare il profitto incoraggiando in ogni modo il tape trading, negare quasi la propria stessa immagine uniformandola dietro la maschera del corpse painting e negare la propria musica per trasformarla in qualcosa di differente.”

Discostandosi dalla classica linea editoriale dei 100 migliori dischi, Tsunami Editore ha deciso di dare alle stampe una vera e propria trilogia sul black metal. Tre libri che rappresentano tre differenti atti teatrali di un’opera sconfinata, in cui sembra aver maggior peso il concetto di luogo rispetto a quello di tempo.
Un mondo nero, oscuro e deflagrante che, come sottolineano gli autori (Lorenzo Ottolenghi e Simone Vavala), ha subito (o cercato) derive stilistiche diversificate ed inattese. Commistioni contenutistiche che hanno portato il black metal della second wave verso sottilissimi trait d’union che, pur non accettati dagli oltranzisti, hanno definito infiniti percorsi mostrando collegamenti insoliti ed inattesi, in grado di deformare la linea del tempo di un genere scomodo e malvisto dai benpensanti.

Black Metal Compendium pertanto, vuole raccontare il genere attraverso l’analisi dei dischi più rappresentativi di questi ultimi 7 lustri, suddivisi geograficamente in tre diversificati volumi. Un giro del mondo in 300 dischi partendo, ovviamente, da chi ha ancora oggi possiede una fama priva di confini ed un’intrinseca forza evocativa (Darkthrone, Burzum, Mayhem ) sino a giungere tra i meandri di una vera e propria rivoluzione nera.

Un viaggio che, al di là delle complete ed approfondite analisi dei dischi presentati tra le abbondanti 250 pagine, riesce a raccontare con cognizione di causa un mondo misantropico, in cui l’oscurità, la rabbia e l’odio hanno portato a ridefinire la concettualità del corpse paint, approccio estetico sempre più complesso, ed in grado di rappresentare morte e dolore, portando ad estraniarsi dalla propria identità per ritrovarsi ad interpretare un oscuro alter ego. Proprio attraverso questa ancestrale pratica, l’esplorazione di sè si accompagna alla perlustrazione delle terre nordiche che porterà il lettore a rivivere, come da attesa, gli accadimenti orrorifici del Inner circle sino a trainarci alla deformazione stilistica del Dungeon Sinth, conducendo il fan e il curioso tra le valli desertiche e perdute di personaggi borderline come Varg Vikernes,It e Evil, pronti a popolare le tematiche di un genere che, al pari del punk, volente o nolente, ha definito i contorni di una reale filosofia, legata a misantropia, satanismo, antiche tradizioni, nazionalismo e violenza concettuale.

I dischi raccontati, come sottolineano gli autori, non rappresentano per forza di cose le migliori opere sui generis, ma definiscono gli spazi nodali, in grado di delineare cambiamenti, commistioni essenziali e fondamenta strutturali di un immenso universo oscurante, ideale per trovare l’habitat adeguato anche nelle proprie degenerazioni ambient, funeral doom e depressive. Infatti, il libro si spinge ad analizzare un estensivo territorio che trova la sua chiusura in un ritorno inevitabile la leggenda del Black Mark, tornando a confermare gli intenti iniziali.

Ora non ci resta che calmierare l’attesa, perché il volume II inizia ad apparire dietro alla straordinarietà grafica dell’artwork.