The Seven mile Journey “Notes for the Synthesis”, recensione

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English version edited by Teresa Borneto (teresa.borneto@gmail.com)

Prologo

Talvolta la vita è strana… se ci soffermiamo a capire i vari meccanismi concettuali, spesso possiamo arrivare a scoprire come il destino e la curiosità siano in grado di regalarci inaspettati e straniti trait d’union. Infatti, se qualcuno mi chiedesse perché conosco i The seven mile Journey, dovrei rispondere: “Perché tifo per la Sampdoria”. Infatti proprio scartabellando i miei ricordi europei, mi sono soffermato sulla maglia biancoazzurra dell’Aalborg, centro nevralgico del Nordjylland, regione settentrionale danese dove, all’ombra del Aalborghus Castle, nasce e si sviluppa l’arte musicale del quartetto nordico, dedito ad un tecnico post rock di livello. La band, operosa da poco più di due lustri, ha all’attivo tre full lenght ed un demo che vanno ad anticipare la prossima release in uscita tra qualche mese. Nell’attesa però di vivere le nuove vibrazioni alternative, grazie alla gentile collaborazione fornita dalla band stessa, abbiamo l’onore e l’onere di distribuire il loro verbo nel paese chiamato Italia, spesso definibile come poco attento fruitore del mercato oltre confine e (ahimè) tendenzialmente teso a masticare ciò che pigramente il mainstream gli offre. Dunque, nel tentativo di dare in pasto ai nostri lettori qualche nuova proposta, abbiamo deciso di aumentare il looser taste dando spazio ad un disco targato 2011.

Il disco

I The seven mile Journey fanno parte della cosiddetta United Nations of Fluttery Records, gestita dalla label scandinava nata nel 2008 con l’intento di divenire un punto di rifermento per la musica creativa ed indipendente. All’interno delle proprie release non potevamo che trovare un’opera come Notes for the Synthesis, delizioso full lenght in cui la creatività post e l’attitudine alternativa si fonde ad un accorto tecnicismo e ad un ensemble di sensazioni soffici e sognanti.

Poco importa se il sogno talvolta si trasforma in un inquieto incubo, in quanto l’essere travolto dalla ciclicità funzionale delle tracce, ci trascina dolcemente e senza difficoltà in un vortice fantasmagorico. Senza soluzione di continuità, le sei track ci invitano a racchiudere i nostri pensieri all’interno delle palpebre, in maniera da ricreare autonomamente stimoli inpagogici viaggianti e magici, che ci aiutano a materializzare le sensazioni musicate dai TSMY. Nelle sue sfaccettature di carattere filmico, il viaggio musicale del quartetto appare inevitabilmente costruito attorno ad uno scheletro sonicamente attenuato, che porta con se reminiscenze GSY!BE, ai quali la band sembra dover molto del proprio essere; anche se a dire il vero, rispetto al combo canadese, Henrik e soci sembrano assorbire una minore aggressività in favore di un pathos narrativo volto alla riflessione esecutiva.

Il disco appare come un dolce risveglio, diluito in cui piccole gocce bianche e nere, che paiono essere in grado di donare all’ascolto una graduale visione di immagini surreali. Attraverso disallineati punti di vista, le partiture prendono forma attraverso una conformazione edulcorata dei A god is an Astronaut, qui scarnificati di isteria e rozzezza. Un post rock che si allinea ad una concettualità filtrata attraverso ansie ed inquietudini in stile If trees could talk, da cui si riparte per un ascolto attentivo, che porterà in dote sensazioni vintage e avangarde dai sapori metallicci. Non mancano poi distorsioni necessarie e complessi cambi direzionali, abili nell’alimentare un dialogo surreale tra gli strumenti al servizio di una lunga narrazione avvolgente e il perfettamente in linea con la qualità ricercata dai fan del genere.

Foreword

Sometimes life is strange… if we stop and try to comprehend the uneven conceptual mechanisms of our mind, we will likely learn how destiny and curiosity are able to offer us unexpected and confused trait d’union. If someone asked me how it is that I know the band called The Seven Mile Journey, I should answer “Because I support U.C. Sampdoria”. In fact, rummaging among my European memories, I focused on that blue-white shirt worn by the soccer team of Aalborg, Nordjylland’s nerve centre, the northern Danish area where, in the shade of Aalborghus Castle, the musical art of this Nordic quartet was born and developed. The band, active for about ten years and devoted to a high-level technical post-rock, produced three full-length albums and one demo anticipating the next release out in a few months. Waiting to experience those upcoming alternative vibrations, however, thanks to the kind cooperation of the band itself, today we have the privilege as well the burden to divulge its word in Italy, a land which often doesn’t pay much attention to the offers coming from abroad and – dear me! – generally inclined to feed on what the mainstream system lazily proposes. Therefore, trying to nourish our readers with some new proposals, we decided to increase the looser taste giving space to a record dated 2011.

The album

The Seven Mile Journey are part of the so-called United Nations of Fluttery Records, run by the Scandinavian label founded in 2008, aiming to become a landmark for creative and independent music. it was natural finding Among its releases a work like “Notes for the Synthesis”, a delightful full-length album combining the post-rock creativity and the alternative attitude with an accurate technicality and a whole made of soft and dreamy sensations.
It doesn’t matter if the dream sometimes turns into a troubled nightmare, since being overwhelmed by the functional cyclic movement of the tracks gently and easily we are attracted into a phantasmagorical whirlwind. With no interruption, the six tracks invite us to hold our thoughts in the inside, behind the eyelids, so as to self-recreate those wandering and charming hypnagogic impulses which help us materializing the musical sensations played by TSMY. The musical trip produced by this quartet, with its multiple filmic faces, seems to be necessarily built on a sonically weakened structure reminding GSY!BE, to whom the band owes so much; even if, to tell the truth, compared to the Canadian combo, Henrik and company seem to absorb less violence in favour of a narrative pathos focused on the performing reflection.
The album appears as a gentle awakening, diluted in white and black little drops able to turn the listening into a gradual vision of surrealistic images. The musical scores, through misaligned points of views, take the shape of an mitigated version of God is an Astronaut, deprived of their hysteria and rudeness. A post-rock which joins a conception filtered through anxieties and fears in the vein of IF trees could talk, starting point of an attentive listening, which will bring to vintage as well as avant-garde metal-flavoured sensations. There are also those necessary distortions and complicated directional changes, which skillfully incite a surrealistic dialogue among the instruments, put at the service of a long captivating story-telling which perfectly corresponds to the quality demanded by the fans of this genre.