Vivaldi e Pergolesi – Gloria e Stabat Mater, recensione

Cd cover

Stabat Mater

Gloria

Sia Antonio Vivaldi che Giovanni Battista Pergolesi furono, come è noto, due riconosciuti operisti di epoca barocca. Questo lodevole cd Teldec propone invece l’altro lato del loro universo compositivo, non meno celebre e soprattutto non meno privo di preziose bellezze, rispettivamente, il “Gloria” (secondo il catalogo Ryom 589) e lo “Stabat mater”.

E’ importante dire subito questo: sia l’orchestra – il Concentus musicus di Vienna -, sia il coro – l’Arnold Schoenberg -, che i cantanti – Sylvia McNair, Eva Mei, Elisabeth von Magnus e Marjana Lipovšek –, e naturalmente il direttore – Nikolaus Harnoncourt -, sono accomunabili tutti dallo stesso aggettivo: eccezionale.

Harnoncourt, in particolare, pur spaziando in molteplici e diverse aree della storia della musica (ma non sempre con esiti ammirevoli, come nel caso della Quinta Sinfonia di Schubert, pubblicata anch’essa dalla Teldec), trova connaturato il repertorio barocco, e questo saggio ne è una prova eloquente.

Il “Gloria” vivaldiano viene reso con icastico splendore, esaltando la spiritualità di cui esso è intriso, nella duplice direzione di empiti di pura gioia da un lato – come nel deflagrante “Gloria in excelsis” iniziale – e di dolente contrizione dall’altro – come nel “Domine Deus, agnus Dei”.

E viene adeguatamente enfatizzata anche la forte vitalità che permea tutta l’opera – si ascolti per esempio il solare “Laudamus te” o il “Qui sedes ad dexteram patris”: Harnoncourt dimostra una volta di più come il linguaggio del compositore veneziano sia, nella sua apparente semplicità, denso di significati e carico di afflati emotivi.
Tutte le compagini – orchestra, solisti, coro – sono amalgamate con tale equilibrio da far si che nessuna parte abbia il diritto di prevalere, ma che siano tutte poste sullo stesso piano, egualmente importanti e rilevate, e formino un discorso ininterrotto.
Lo stesso equilibrio si rinviene peraltro nello “Stabat mater”, in cui la temperatura emotiva sale ulteriormente. Già il brano esordiale indica chiaramente l’indirizzo interpretativo scelto: una tensione febbrile, delle pause mozzafiato e soprattutto un senso di commovente drammaticità riconducono alla tragicità e al mistero della morte (lo “Stabat mater” è la sequenza pasquale in cui appunto si celebra la morte di Cristo e il dolore di Maria). Si rinuncia volutamente ad ogni effetto facilmente teatrale, in favore di un’asciuttezza e di una sobrietà che ben dipingono l’intimità di questa pagina, come nel raggelante “Quis est homo”.

Tutti i contrasti sono logicamente restituiti, poiché evidentemente, nelle intenzioni di Harnoncourt, sono funzionali: e a maggior ragione se creano forti polarizzazioni, come quando Pergolesi sceglie, nel “Quae moerebat et dolebat” o nell’”Inflammatus et accensus”, di cambiare completamente scenario; la versione di Abbado mostra quanto in questi casi il direttore milanese abbia voluto invece appianare le divergenze, livellando il tutto in modo un po’ povero, forse per voler riportare ogni cosa alla sua dimensione funebre e trascendente: invece è oltremodo apprezzabile che Harnoncourt, partendo dalla sostanza stessa di quei contrasti, insista per marcarli.

Un appunto solo si potrebbe fare. Il Concentus musicus utilizza i cosiddetti strumenti originali.

Si potrebbe disquisire a lungo sull’opportunità di questo impiego, qui basterà notare che, nel bene e nel male, la bellezza del suono di questa orchestra deve soffrire, proprio per soddisfare quella esigenza “filologica”, la palese imprecisione della tromba naturale (cioè senza pistoni) nel “Gloria”: vale davvero la pena?