In memoria di Luigi Tenco

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IN MEMORIA DI LUIGI TENCO

Sono passati 40 anni dalla morte di Luigi Tenco (l’artista si suicidò nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967 a Sanremo, dopo aver appreso la notizia della sua eliminazione dalla finale della manifestazione canora) e questo anniversario ci porta a riflettere sull’opera tenchiana e sul suo tragico gesto.

Per le morti celebri del rock anglo-americano (da Brian Jones a Jim Morrison, da Jimi Hendrix a Janis Joplin, da Freddie Mercury a John Lennon, per concludere con Kurt Cobain e Syd Barrett) non c’è distinzione di tipologia: ci si è sprecati (e ci si spreca ancor oggi) in lodi sperticate e (in taluni casi – vedi Morrison o Mercury) spettacolarmente eccessive del defunto di turno.

In Italia, invece, bisogna sempre fare i distinguo: lodi, servizi e manifestazioni alla memoria (meritatissime, per carità!) a Lucio Battisti e a Fabrizio De André, oblio macchiato ogni tanto da pettegolezzi per Luigi Tenco.

E in cosa consistono, in questo caso, i distinguo?

Nel fatto, forse, che Battisti e De André hanno segnato la cultura popolare di questo paese con anni di pregevole militanza artistica, mentre Tenco, questo segno, sembra solo averlo accennato?
Forse, ma il segno distintivo di un’accertata e accettata presenza culturale non è certo la quantità di dischi incisi o di settimane in classifica, bensì la qualità della proposta, la quale, in Tenco, sia pure in un lasso di tempo brevissimo, è stata altissima.

E allora, ripetiamo, qual è la distinzione?

La distinzione consiste nella tipologia della morte: morte a seguito di malattia (uguale quindi a sofferenza sulla terra e a redenzione nell’aldilà, secondo la morale cattolica) per Battisti e De André; morte per suicidio (ossia quanto di peggio una mente umana dominata dal maligno possa concepire, sempre secondo la morale cattolica) per Tenco.

Conclusione: Battisti e De André (già beatificati in spirito dalla sofferenza) possono essere beatificati anche ‘in corpore’ (ossia nella materialità del loro lavoro e della loro arte); Tenco, invece, è da additare, prima, al pubblico ludibrio e da seppellire, poi, nel limbo dei ‘senza arte né parte’.
A peggiorare il tutto, sempre secondo ‘santa morale cattolica’, ci sono anche i motivi futili e abietti del suicidio (leggi: le canzonette da intrattenimento NON DEVONO e NON POSSONO essere cultura e, quindi, men che mai possono e devono essere la causa di atto cotanto impuro e contro natura!).

Diciamo la verità, allora: in Italia siamo ancora, nonostante gli sforzi meritoriamente laici di Pasolini o di Eco, di De André stesso o di De Gregori, di Montanelli o di Moretti, di Moravia o di Bocca, della Levi Montalcini o di Fo, ancora profondamente intrisi di questa soffocante ‘contromorale cattolica’ che, invece di farsi carico dell’esigenza profondamente contingente di voler pervenire ad un’etica che, svincolata dal relativismo post-freudiano e post-einsteiniano, possa alimentarsi e abbeverarsi di un ‘assoluto’ finalmente consapevole quanto fermamente umano, invece di farsi carico di ciò, dicevo, si fa intransigente quanto ridicola paladina di dogmi che (ed è questa la cosa più tragicamente comica) mai nessun dio serio si sarebbe sognato di imporre e che sono, invece, amaro e aberrante frutto dell’intricato pensare umano.

Il suicidio di Tenco possiede ai miei occhi (anche se, ci tengo a precisarlo, mi colpisce e mi stupisce l’apparentemente eccessiva sproporzione tra gesto e motivazioni) lo spessore eticamente consapevole del gesto di un gigante, a fronte del misero mare di mediocrità umana e subumana che, da sempre, impera a Sanremo e dintorni.

Per un piccolo, brevissimo istante di sublimazione (perdonatemi l’inevitabile interpretazione retorica di questo passo, ma, credetemi, è lontanissimo dalla mia intenzione fare della facile epica sulla morte violenta di qualcuno) Luigi Tenco si è fatto carico del coraggio assoluto del rifiuto, dell’assunzione definitiva di una responsabilità che, stavolta, va veramente oltre la meschina appropriazione o difesa dei propri interessi o delle proprie posizioni per affermare e legittimare invece e definitivamente, la propria libertà assoluta di essere umano.

Ma forse è meglio tornare a noi e al nostro orticello: non saranno certo le mie parole a far resuscitare Tenco, né, tantomeno, a capovolgere le sorti di una mentalità così inveterata.

E’ mia profonda convinzione che le sue capacità di scrittura lo avrebbero reso ‘un grande’ della nostra musica popolare: “Ragazzo mio”, “Quando”, “Ho capito che ti amo”, “Mi sono innamorato di te”, “Angela”, “Vedrai vedrai”, “Lontano lontano”, “Un giorno dopo l’altro”, la stessa “Ciao amore ciao” (la sua ultima proposta nel ‘fatale’ Sanremo che, pur avendo un percorso armonico-melodico tipicamente festivaliero, non disdegna, nel testo e nel cantato, i disagi tipici del suo autore) sono lasciti, credo, imprescindibili per l’evoluzione della nostra canzone (non dimentichiamo che, all’epoca, l’album era ancora un succedaneo del 45 giri, del singolo brano di successo, cioè; ma non dimentichiamo, altresì, che proprio Tenco fosse, sin dall’inizio della sua carriera e tra i cantautori di quella generazione, uno dei più attivi nella progettazione di un discorso più complesso – vedi la raccolta di brani il più possibile coesi in un album – che superasse l’estemporaneità di un solo 45 giri, sia pure di successo).

Soffermiamoci un attimo su “Mi sono innamorato di te” e “Vedrai vedrai”: attraverso due melodie buie, ma di angosciante quanto inusitata intensità, si levano – immensi nella loro apparente semplicità – versi immersi nell’asfissiante vicolo cieco della dicotomia tra il ‘voler fare’ e il ‘voler essere’ e l’impossibilità costitutiva a ‘fare’ e ad ‘essere’.

“Mi sono innamorato di te
Perché non avevo niente da fare
Il giorno volevo qualcuno da incontrare
La notte volevo qualcuno da sognare”.

L’amore, fino ad allora cantato in uno stucchevole viavai tra lacrime e sospiri, viene sfrondato di tutti gli orpelli consuetudinari e condizionanti e, finalmente, reso nella sua essenza più nuda e più vera: l’amore come antidoto alla straniante noia di marca Moravia-Camus e, allo stesso tempo, come bisogno primario dell’essere umano di toccare e sognare, di ‘fare’ ed ‘essere’.

“Vedrai vedrai
Vedrai che cambierà
Forse non sarà domani
Ma un bel giorno cambierà”.

In questa splendida canzone l’interlocutrice è la madre, alle prese con un figlio appassito e violentato da una realtà diversa da quella sognata, dalla dicotomia tra il ‘volere’ e il ‘non riuscire’.

Sulle dolenti note del pianoforte, la voce tenchiana si alza in una ennesima e disperata esortazione al cambiamento, esortazione che diventa lucida e beffarda irrisione nel momento in cui aggiunge “forse non sarà domani”: Tenco è assolutamente certo dell’ineluttabilità del destino umano e, in un novello grido leopardiano, tenta di fare e farsi coraggio pur nell’amara consapevolezza di ciò che lo e ci aspetta.